Avviene di frequente che le band con una lunga e gloriosa carriera alle spalle a un certo punto annuncino l’album del ritorno al passato, del recupero delle origini e della identità, elementi perduti cercando strade nuove. Gli U2 non fanno eccezione, e dopo qualche apparente eccentricità e un album scialbo come “All That You Can’t Leave Behind”, si fanno addirittura produrre questo nuovo disco da Steve Lillywhite, ovvero colui che li accompagnò nei primi anni 80 fino a “War”, quando erano poco più che maggiorenni (e per chi scrive, lì vanno cercate le opere migliori della band). Si potrebbe discutere per ore se sia più artificioso questo prevedibile amarcord o la scelta di seguire strade nuove, senza approfondirne nessuna per più di un album, di sicuro è giustificabile che dopo 25 anni di carriera sia difficile trovare qualcosa da dire, soprattutto se si è investiti da un successo planetario.
Il trascurabile ed energico singolo “Vertigo” non farebbe presagire niente di che, un power-pop che potrebbe appartenere a una delle tante band giovani che spuntano a ogni stagione come funghi. Però è la seconda traccia, “Miracle Drug”, che farà fare un salto sulla sedia a qualche vecchio fan, sin dal primo tintinnio della chitarra di The Edge, fino all’esplosione della sezione ritmica nell’epico ritornello dove la voce di Bono recupera il timbro passionale che lo rese, giustamente, uno dei più amati front-man di sempre, e il basso di Clayton disegna le sue linee elementari ma così efficaci. La voce di Bono tradisce lo sforzo nel cercare di ripetere le prestazioni di un tempo, ed è esemplificativa dell’approccio degli U2 tutti, dalla sezione ritmica, alla chitarra di The Edge, teso a recuperare non solo i suoni pre-“Achtung Baby”, ma anche una certa capacità espressiva, il pathos dell’inizio carriera; un effetto nostalgia che traspare anche dall’atmosfera, spesso malinconica e riflessiva, delle musiche e dei testi.
L’operazione, che si potrebbe ritenere partita già dal titolo, un riferimento all’atomica del fuoco indimenticabile, riesce però solo in parte. Sono inspiegabili, infatti, delle scelte fatte proprio in fase di produzione, che rovinano molti brani. Tastiere, pianoforti e chitarre acustiche utilizzate quasi sempre in maniera sciapa e insignificante, annacquano brani già di per sé non originalissimi come “Sometimes You Can Make It On Your Own Quick”, “One Step Closer” e “Original Of The Species”. Si crea così una specie di limbo che fa perdere identità al disco e che rende l’operazione recupero solo accennata. Per fortuna, c’è la chitarra di The Edge, ricca di spunti e inconfondibile, con il suo eco che somiglia proprio all’immagine sfumata dei ricordi che riesuma, e ci sono alcuni pezzi belli, come “City Of Blinding Lights”, dove si fa impetuoso come ai vecchi tempi l’incedere del basso di Clayton, la classica ballata “A Man And A Woman”, la conclusiva “Yahweh” che sembra uscita da “The Joshua Tree”.
Un falso movimento, insomma, questo degli U2. Eppure, quella ritmica semplice ed epica, quella chitarra tintinnante, la voce passionale, riescono ancora a far apparire il fantasma di quei ragazzi che suonavano “Gloria” sul molo del porto di Dublino, giovani, entusiasti, con i cuori in fiamme. Ma se è solo un’eco quello che riescono a trasmettere nel 2004 gli U2, allora sarebbe auspicabile che si trattasse di un vero commiato, in fondo sarebbe ben più dignitoso di tanti altri a cui si è assistito nella storia del rock.
12/12/2006
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