Lawrence Arabia

Lawrence Arabia

2006 (Honorary Bedouin) | folk-pop

Introdotto nel giro giusto del sottobosco alternative dall’amico Jonathan Bree (dei Brunettes), James Milne è uno dei giovani alfieri della promettente scena indie-pop neozelandese. Dapprima bassista proprio nella band di Bree, James ha provato a cimentarsi con materiale proprio appena gli si è presentata l’occasione, sia in solitaria (dietro il moniker Lawrence Arabia) che al timone di un vero e proprio gruppo, i Reduction Agents. E’ grazie alle prime due raccolte che il Nostro ha dimostrato di poter rientrare a pieno titolo nella schiera dei talenti minori (assieme ai vari Richard Swift, Kelley Stoltz, Jeremy Messersmith, Jim Noir e via andando) che, lontani dai riflettori, si stanno cimentando in una personale riscrittura della tradizione pop con risultati apprezzabili.

Eccoci così al battesimo di Lawrence Arabia, personaggio nato quasi per scherzo con i travestimenti goliardici on stage nel ricordo della celeberrima pellicola con Peter O’Toole, cui Milne vagamente somiglia. Dalle carnevalate durante i concerti dei Disciples of Macca – formazione tributo a Paul McCartney condivisa ancora con Jonathan Bree e con Ryan McPhun dei Ruby Suns – al già emblematico esordio del progetto solista, il passo è stato davvero molto breve. Il primo album del biondo neozelandese, eponimo, esce per la sua microscopica etichetta (Honorary Bedouin) nell’aprile del 2006. Chi cercasse conferme in merito al proverbiale basso profilo di Milne, consideri che il disco in questione comincia con una sequenza di ben quattro filler, pure di ottima fattura, e altri ne dissemina via via sul tragitto, dall’esilissimo divertissement di “Everyone Had Dinner With Rabbits” al frammento scapigliato di “The Kinds of Feelings That Happen on Summer Beaches”.

 

Se bastano gli episodi iniziali a chiarire come l’inclinazione di questa prima prova sia decisamente folksy-cantautorale, non si può liquidare la tendenza al bozzettismo senza rimarcare la gentilezza, la semplicità miracolosa e quella sottile atemporalità che preservano anche riempitivi senza grosse pretese (quale è ad esempio il brano d’apertura, “The Mystery Lair”) dall’impietosa etichetta del banale. Milne si offre poco per volta, adottando cadenze sornione e un distacco che è tutta apparenza. Servendosi magari di un tappeto di elettronica morbida e prudente (“Half The Right Size”), Lawrence Arabia si ingegna per “addormentare il gioco” ma è comunque insinuante e sa colpire al momento giusto con la sua voce ammaliante e malandrina, prima che i riverberi della sua elettrica gli diano il cambio e prendano il sopravvento. Anche in questo atteggiamento traspare una certa propensione di stile per un dandismo che é tanto sofisticato quanto polveroso (e lontano dalla grazia), abbracciando una sorta di maniera noir a fin di bene, con sincera passione per il genere e appena qualche debito di troppo nei confronti di Bowie (“Thistle Tends To Stingle”).

 
Quando concede campo libero alla propria vena decadente, James approda a esiti incoraggianti. “Talk About Good Times” è discreta, romantica, anacronistica, perfetta per gli ideali titoli di coda di un film ancora da girare: il classico colpo a effetto che lascia il segno anche senza ricorrere a soluzioni appariscenti, vera virtù che è solo dei talentuosi. A rimorchio di questo gioiellino di crooning consumato ecco “Bloody Shins”, dove il fare estenuato, la malinconia di grana grossa e un lennonismo imperante riescono come per magia a non scadere nel fiacco sentimentalismo che per tanti sarebbe stata una sicura falla. L’obliquità è una delle migliori carte del songwriting di Milne, e questo esordio la porta all’attenzione dell’ascoltatore in tante occasioni.“Hold Us Together With Sutures” è sicuramente una delle migliori, nonché l’episodio più sfuggente di tutto il disco: il canto si fa più ruvido, lamentoso, stropicciato (quasi un miagolio), mentre le deviazioni arrivano dai curiosi inserti notturni che enfatizzano il potenziale melodico emozionando in un finale elettrico sempre più esasperato e crepuscolare.

 

Stupiscono nell’album gli accostamenti anomali sul piano sonoro, disposti quasi con indifferente coraggio dall’autore, fondendo soffusi ricami acustici, sottili campionamenti ed occasionali aromi psichedelici. E’ la follia gentile di Lawrence Arabia, sempre misuratissimo nel suggerire alternative bislacche alle soluzioni di comodo o agli effettacci eclatanti che per molti basterebbero a compensare i vuoti pneumatici di una creatività lacunosa. Nel finale questa tendenza produce alcuni dei suoi frutti più gustosi, tra melodie traballanti che si conficcano in testa al primo giro di giostra, radiose e irresistibili schiarite sixties (“I Hope The Pope Makes You a Saint”) e buone impennate di asprigna emotività (“The Thinnest Air”).

 

Non occorre dilungarsi in esempi lampanti per rivelare la felice inclinazione pop di Milne, un accenno di quella dote veramente notevole che il neozelandese saprà poi sviluppare con maggiore autorevolezza in diversi episodi delle prove seguenti come nell’uscita di gruppo con i Reduction Agents: sono sufficienti le ombre beatlesiane (l’eco di “Revolution” è dietro l’angolo) di “Business Planning”, evidentemente qualcosa più di un’acerba dichiarazione di intenti.

Un po’ come tutto quest’esordio, peraltro.

(18/04/2014)

  • Tracklist
  1. The Mystery Lair
  2. Thistle Tends To Stingle
  3. Emperor Penguin Colony
  4. Half The Right Size
  5. Talk About The Good Times
  6. Bloody Shins
  7. The Joke Is In Your Hands
  8. Hold Us Together With Sutures
  9. Business Planning
  10. Everyone's Had Dinner With Rabbit
  11. The Kinds Of Feelings That Happen On Summer Beaches
  12. The Thinnest Air
  13. I Hope The Pope Makes You A Saint
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