Indelicates

American Demo

2008 (Weekender) | pop-rock, new-wave

Non poteva che nascere per ragioni di natura sentimentale una band ruvidamente romantica come gli Indelicates.

 

Julia Clark-Lowes e Simon Clayton si conobbero in occasione di un certame di poesia a Brighton che vide trionfare il secondo. Era il 2005 e quell’avventura, oltre ai tanti interessi in comune, li unì fatalmente. Sembrò un incredibile azzardo la scelta di lei, appassionata fotografa, documentarista ma soprattutto cantante e musicista, di lasciare il girl group che aveva contribuito a fondare, The Pipettes, proprio a un passo dall'esordio discografico e dal relativo clamoroso successo commerciale. L’intento era quello di dedicarsi pienamente a un nuovo e più intrigante progetto assieme al compagno appena incontrato sulla propria strada, personaggio già molto attivo nella scena artistica locale come autore di musical e cabaret di sapore brechtiano. Col senno di poi, almeno per i futuri ascoltatori, non si può proprio dire che sia stata una scelta sbagliata.

 

Assunto il cognome fittizio di Indelicate, Julia e Simon hanno iniziato a lavorare alacremente per trovare il giusto denominatore stilistico tra le rispettive personalità, scoprendo nelle canzoni folk di protesta ma anche nelle derive twee e nell’amore per certa new wave più impegnata un terreno assai fertile su cui esercitare la loro passione per la musica. Il risultato di questa fase burrascosa ed embrionale per gli Indelicates è stata la registrazione in proprio di alcuni demo, messi poi a disposizione dei fan in download gratuito sul loro sito. L’esperienza non sarebbe andata oltre questa prima arruffata avventura, se Simon e Julia non avessero avuto dalla loro quel talento innato nello scrivere canzoni intelligenti interpretandole poi con il giusto carattere. Al di là del taglio ancora amatoriale, ecco al loro arco già diverse frecce interessanti, su tutte la consapevolezza della bugia di fondo per l’attuale sterile etichetta di indie, genere che si vorrebbe estraneo alle logiche di mercato del pop commerciale ma che funziona allo stesso modo, con edulcoranti semantici solo un tantino più raffinati. E, seguendo questo ragionamento, un’amarezza a tutto campo riservata in primis alle vittime di questo meccanismo trito e perverso, quelle giovani generazioni spogliate del loro ruolo di fruitori con una propria coscienza critica e destinate a trasformarsi in consumatori passivi, annoiati, senz’anima.

 

Questo il senso dietro pezzi velenosissimi come “The Last Significant Statement To Be Made in Rock’n’roll”, “Fun is for the Feeble Minded”, “We Hate the Kids”, tra i più sinceri e i meno banali che gli Indelicates abbiano mai scritto. Nessun miglior riguardo per i creativi, in un proscenio dove non è rimasto più nulla da inventare (“New Art For The People”), né per i burattinai dello showbiz, spacciatori di ribellismo da operetta e giostrai alquanto avidi nel reiterare l’instancabile, deleteria idolatrizzazione delle popstar. E’ questa, su per giù, l’allusione nascosta dietro un’invettiva caustica ma non cinica come “Waiting For Pete Doherty To Die”, episodio puntualmente equivocato e, forse anche per questo, scartato dal lotto di quelli pubblicabili.

La provocazione avrebbe dato i suoi frutti. Persuasi dai crescenti riscontri positivi suscitati nella loro ristretta nicchia, Simon e Julia hanno dato corpo a un gruppo con tutti i crismi e registrato questo loro disco d’esordio. Sfilacciato ed emotivo, scapigliato e orgoglioso, naif e un tantino snob, “American Demo” presenta i suoi autori esattamente per quel che sono: diversi e fieri di esserlo, talentuosi per la scrittura di facile impatto e soprattutto per quella loro vena letteraria che sceglie di nobilitare i testi, finalmente, come elemento determinante al pari della musica. Si tratta di un album provocatorio ma onesto (perché mai ruffiano), vizioso e lucidissimo, decadente e corrosivo con predilezione per il registro umoristico, infarcito di citazioni più o meno colte e impregnato da un’aura romantica retrò (con evidenti debiti nei confronti di Morrissey, ma non solo), che nell’asfittica scena inglese di quegli anni irrompe suggerendo l'opportunità di un sentiero stilistico ancora poco battuto.
 
Non capita spesso di imbattersi in compagini con due personalità espressive tanto marcate e coinvolgenti, facilmente identificabili nelle splendide voci di Simon e Julia oltre che nei rispettivi strumenti feticcio, la chitarra e il pianoforte, indiscussi coprotagonisti dell'album. Gli Indelicates sfruttano al meglio il potenziale di questa doppia polarità, insistendo con ostinazione sul felice contrasto tra le due anime, facendo di tale dialettica il loro personale marchio di fabbrica: broncio e grazia, spleen alcolico e sofisticata delicatezza, elettricità e tonalità color pastello sono gli estremi estetici che si incontrano e si completano armonicamente, elevando tutti i brani di “American Demo” al rango di gemme, problematiche ed emozionanti. Diversi tra i primi pezzi della formazione di Brighton sono ripresentati con la dovuta enfasi in termini di qualità del suono: inutile dire che guadagnano parecchio in profondità e impatto, specie quelli più muscolari e rumorosi, ma la rivisitazione potenzia anche gli episodi di più marcata (e felice) inclinazione pop come “Sixteen” e “Julia, We Don't Live In The '60s”. Aggiungendo all’elenco l’inedita “Stars”, splendidamente agrodolce nelle sue riflessioni su un amore fatto di sopraffazione e brutalità, sono questi i frangenti in cui Julia ha modo di liberare tutto il proprio talento poliedrico e quella grazia estenuata ma non falsa.

 

Nello stesso genere, restano purtroppo fuori dalla tracklist “Burn All The Photographs” (una delle prove più intense della Clark-Lowes) e la notevole cover di “A New England”, così come il giù citato divertissement sull’ex-frontman dei Libertines. Nel calderone c'è però molto altro. Una nuova arguta boutade piazzata ad arte come “Heroin”, per esempio, o il feroce disincanto nell’attacco frontale alla sudditanza politica (ma soprattutto culturale) pagata dagli inglesi nei confronti di quella Godless “America” che resta l’implicito termine di riferimento per ogni analisi; e poi la minacciosa attualità politica allegorizzata dietro l’allusivo mood malinconico di “Unity Mitford”, dove il racconto della pazzia autodistruttiva di una donna infatuata di Hitler diventa il pretesto per parlare dei rigurgiti neofascisti e della rinnovata intolleranza dei nostri giorni; o la tagliente essenzialità negli insegnamenti di un grande maestro – immancabilmente accreditato – come Billy Bragg, il cui vetriolo polemico è stemperato con “Better To Know” in un pop-rock di bella presenza che riporta alla mente quello sferzante e disilluso dei primi Hefner o degli scozzesi Ballboy.

 

E infine una perla come “If Jeff Buckley Had Lived”, riservata a tutti quelli che, come loro, hanno amato veramente il figlio di Tim ma anche a coloro che, come da preventivo, li avrebbero poi accusati di sciacallaggio. Una canzone amarissima e non consolatoria che mira a riscattare il lato umano dell'artista in una prospettiva demitizzante: il Simon più intenso di “American Demo” spara senza riserve sulla critica musicale e sull’industria discografica che hanno fatto di Buckley una vittima da deificare, un vuoto simulacro di cliché maledetti, oggetto di culto da sfruttare fino in fondo.


Questa la (tantissima) carne al fuoco in un esordio che è davvero riduttivo definire sorprendente.

(03/04/2014)

  • Tracklist
  1. New Art For The People Theme
  2. The Last Significant Statement To Be Made In Rock'n'Roll
  3. Our Daughters Will Never Be Free
  4. Better To Know
  5. Sixteen
  6. Julia, We Don't Live In The '60s
  7. Stars
  8. New Art For The People
  9. Unity Midford
  10. If Jeff Buckley Had Lived
  11. America
  12. Heroin
  13. We Hate The Kid
  14. Untitled




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