Cortney Tidwell

Boys

2009 (City Slang) | dream-pop, country

Intenso e affascinante, l’esordio del 2006 di Cortney Tidwell, “Don’t Let The Stars Keep Tangled Up”. La figlia d’arte (mamma e nonno sono stati due famosi country-singer) assemblava un insieme di influenze con personalità e inebriante imprudenza.
Tra le trame country, inevitabile retaggio della sua educazione musicale, s’insinuavano propositi modernisti, emozioni shoegaze in salsa agrodolce, sognante psichedelia, e raggi di dream-pop.
La musica evocava un ricco campionario d’influenze, dai Mazzy Star ai Cocteau Twins, da Johnny Cash a PJ Harvey, dai Lambchop a Bjork (ascoltate "Illegal" e avrete tra le mani il pezzo mancante di "Vespertine"), la voce svettava su tutto come se sbucasse dalle nuvole dopo una tempesta, accordando le varie anime in un unicum alquanto seducente e personale.
Sfuggita al gotha della critica indie-rock, la presenza di Cortney Tidwell non può essere più ignorata con questo nuovo album “Boys”, licenziato dalla più visibile etichetta City Slang.

Per chi era stato gia sedotto dalla sua musica (non pochi per fortuna), “Boys” è il giusto conforto: l’album ripete l’incanto con una coesione sonora seducente, la varietà stilistica resta e traspare sotto l’atmosfera country-gothic, Cortney è sempre più affascinata dal lato oscuro del rock, le pulsioni country sono meno solari, tastiere e chitarre disegnano spazi più stretti, dove le incursioni noise s’incorporano senza gemere.
L’apertura di “Solid State” è esemplare, una murder-ballad senza vittime, malsana e incantevole come il canto di una sirena, un brano che difficilmente potrete ignorare; la differenza stilistica più decisa rispetto all’esordio è nel timbro delle chitarre: il suono acustico quasi scompare per far posto a incursioni sperimentali alla Radiohead, con risultati ora accattivanti (“Watusii”), ora inebrianti (“Oslo”).

L’unico episodio acustico (“Being Crosby”), oltre a esibire la melodia più pregevole, si avvale della collaborazione vocale di Jim James dei My Morning Jacket, mentre il singolo “Palace” sintetizza senza esaltarle tutte le peculiarità del sound di Cortney. Ma è l’intensa “Oh Suicide” la vera perla del disco, l’incalzare melodico è avvolgente e denso, la voce sconvolge i sensi: un brano da aggiungere alla vostra playlist per le torride serate estive.
Resta un po’ di amaro in bocca per chi sperava in un disco più innovativo e maestoso, il magico incastro tra la voce e le atmosfere del primo disco viene in parte attenuato da un maggior numero di brani vivaci, prima “So We Sing”, un pop-folk aggressivo e leggiadro, e poi “17 Horses”, un più aspro e ribelle rock intriso di rabbia, spezzano l’incanto, ma c’e ancora spazio per altre suggestioni nella fragile “Oh China” e nella naif “Bad News”, tra suoni di tastiere e voci angeliche.
Intenzionalmente meno asciutto e minimale, “Boys” spinge la musica sempre più lontano dal country con toni anche più sperimentali alla Bjork (ascoltate “Son And Moon”), ma non incrocia il territorio dei dancefloor come faceva presagire il remix di “Don’t Let The Stars Keep Tangled Up”, delineando una personalità stilistica più complessa.

Cortney Tidwell supera la prova del secondo album, pur abbandonando volutamente alcuni elementi affascinanti dell’esordio. La provocazione ha lasciato posto alla consapevolezza, la delicatezza si è intrisa di romanticismo degno del miglior dream-pop, il bisbiglio è stato sommerso dall’orchestra, ma nulla di tutto ciò ha cancellato la passione e il tormento che rendono la musica di Cortney ancora incantevole e ipnotica.

(26/06/2009)



  • Tracklist
  1. Solid State
  2. Watusii
  3. Son And Moon
  4. Being Crosby
  5. Oslo
  6. So We Sing
  7. Palace
  8. Bad News
  9. Oh, China
  10. 17 Horses
  11. Oh, Suicide
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