Malgrado la messe sterminata di cd-r, gli Emeralds sono una delle formazioni che va per la maggiore, avendo calamitato una certa attenzione con “Solar Bridge” dell’anno passato, presente persino nella classifica di fine anno di The Wire. A destare poi ulteriore curiosità è la presenza nella line-up di John Elliott, deux ex machina dei sotterreanei e interessanti Lilypad.
Detto ciò, è difficile capire i motivi di tanta considerazione perché gli Emeralds non fanno altro che riciclare la kosmische musik di Cluster e Tangerine Dream, aggiornandola con la drone music ultima maniera. Il risultato è alquanto scontato, giacché le composizioni non eccellono certo per intensità o per appeal melodico, né sono particolarmente strutturate o multitexturali da stimolare un ascolto più attento.
Insomma, scavi scavi, ma oltre la superficie non c’è nulla. Perché in fin dei conti “What Happened” è un concentrato di clichè della musica cosmica, così “Alive In The Sea Of Information” e “Living Room” fanno addirittura sorridere nella loro banalità armonica.
A salvarsi è la conclusiva “Disappearing Ink”, l’unico pezzo in cui – tra fascioni di droni in levare e reiterazioni minimali alla Basinski – succede davvero qualcosa. A questo punto molto meglio White Rainbow, che nel suo fare dichiaratamente citazionista riesce a rievocare al meglio determinati immaginari. Pollice verso.
27/01/2009