Kill The Vultures

Ecce Beast

2009 (Ktv) | hip-hop

Fiati, contrabbassi, percussioni campionate, e la voce di Alexei "Moon" Casselle incazzata al punto giusto. E' questo l'incipit di "14th Street Ritual" che apre l'ultimo lavoro dei Kill The Vultures, praticamente un'autoproduzione, ora in formazione a due, direttamente da Minneapolis, città del Midwest che ha dato i natali anche a realtà ormai lontane nella storia del noise-rock, come quella della gloriosa Amphetamine Reptile.

E' la grana hardcore a fare da ossatura ai pezzi in sublime levare dei nostri. Cadenzati, arrangiati maledettamente bene, in molti casi dal sapore rancido del cibo avariato. Gli archi di "The Big Sleep" sono un'agghiacciante intro all'incedere badalamentiano del pezzo. Fiati impazziti, controllati a stento, sembra di veder scorrere le immagini di "Lost Highway" di David Lynch, con le parole di un Raymond Chandler sotto sbornia. Come se Dick Laurent, uno dei protagonisti di quello strepitoso film incompiuto, si riducesse a suonare in bettole free-blues dell'underground di Los Angeles accompagnato da un batterista metal, che tanto somiglia a Dale Crover.

L'atmosfera fumosa si riconferma nella successiva "Spare Parts", meno nevrotica e più jazzata in senso classico, con i fiati a far da contrappunto rumoroso alle liriche sofferte del cantante. E' una sorta di crossover nervoso quello del duo, ispirato anche da pennate di chitarra insolitamente discreta. Notevole e spasmodica prova di forza.
Parte poi con delle note di chitarra acustica la bellissima "Walk On Water", forse l'apice del disco, dove si inscena una drammatica melodia ascendente che ricorda il Tricky del sottovalutatissimo "Juxtapose", uscito ormai dieci anni fa. Melodia azzeccata, batteria campionata al solito marziale e archi che sembrano provenire da una lontana canzone del Sol Levante.

I dolori arrivano con la cattiva "Rock Bottomless", metallica prova che si avvita inutilmente su sé stessa, e quì comincia a cambiare l'aria del disco, che si fa via via sempre più insofferente, nonché un pelino ripetitiva. Il canovaccio sembra il solito, e le basi architettate da Anatomy mostrano un po' la corda. La lunga, ossessiva "Cherish My Disease" prosegue su questa impervia strada, che rimane certamente affascinante, ma a un certo punto sembra incartarsi, diventa progioniera delle basi come se fosse incantata, si ripete all'infinito, troppo...
Con "Crowfeathers" si continua sulla stessa tortuosa strada intrapresa dal pezzo precedente: basi come in loop, fiati a ricamare il tutto, e la sensazione di essere in uno sconosciuto club in cui si suona jazz da ore e ore, all'infinito.

"Searchlight And Suspects" risolleva le sorti del lavoro: una paranoica base con contrabbasso in evidenza, e i fantasmi di Thelonious Monk e Charlie Parker che aleggiano sulle parole di Crescent Moon come in uno stream of consciousness siderale. Una slam poetry-song da urlo, e un risollevarsi salvifico, davvero niente male. Si prosegue con la aggressiva, mefistofelica "Heat Of The Night", spettrale prova in crescendo, e la voce luciferina di Moon che salmodia sicura e cerimoniosa.
Il disco si chiude con la confusa, stordita, "Burnt Offering", come se fossimo stati messi a tappeto da un pugile d'altri tempi, e noi che vediamo le stelle dalle troppe botte prese.

In definitiva un buon lavoro, questo dei Kill The Vultures: contraddittorio solo a tratti, ma tremendamente affascinante, coraggioso e anche in un certo senso innovativo. Certamente paga pegno per una formula già ampiamente collaudata nei precedenti due dischi. Meno hip-hop, comunque: più canzoni, voce maggiormente in primo piano, e una maturazione che fa ben sperare per il futuro. Come uno strano e spirituale "metal dell'anima"...

(26/02/2009)

  • Tracklist
  1. 14th Street Ritual
  2. The Big Sleep
  3. Spare Parts
  4. Walk On Water
  5. Rock Bottomless
  6. Cherish My Disease
  7. Crow Feathers
  8. Searchlights & Suspects
  9. Heat Of The Night
  10. Burnt Offerings
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