Marc Almond

Orpheus In Exile: The Songs Of Vadim Kozin

2009 (Cherry Red Records) | pop, songwriter

Dal pop elettronico degli esordi ai successivi lavori cantautorali, nel corso della sua lunga carriera Marc Almond si è dimostrato un artista perennemente in movimento e versatile come pochi altri. Più volte è arrivato in alto in classifica grazie a cover (non solo con "Tainted Love" di Gloria Jones, ma anche con "Something's Gotten Hold Of My Heart" di Gene Pitney e con "The Days Of Pearly Spencer" di David McWilliams) o a collaborazioni con altri artisti. In trent'anni di attività non si è fatto mancare neppure degli album da interprete, a partire dall'Ep "A Woman's Story (Some Songs To Take To The Tomb Vol. 1)" fino al più recente "Stardom Road", senza tralasciare un intero disco tributo a Jacques Brel, un eclettico "French Album" e "Heart On Snow", un lavoro dedicato alla musica pop dell'ex-Unione Sovietica. Un "suicidio commerciale" per i più, ma anche un'opera d'arte di notevole spessore, artistico e culturale (molti testi sono stati tradotti in inglese per la prima volta). Tutti questi dischi hanno più volte spiazzato un pubblico e una critica non sempre disposti a seguire Almond in ogni sua mossa, ma sono riusciti a mettere in risalto un talento interpretativo realmente fuori dal comune.

L'Orfeo in esilio evocato nel titolo dell'album è Vadim Alekseyevich Kozin, artista nato a San Pietroburgo nel 1903 e deceduto quindici anni fa, del quale Almond è venuto a conoscenza durante un lungo tour acustico in Russia all'inizio degli anni Novanta. Una sua canzone, "Always And Everywhere (I Will Follow You)", era in "Heart On Snow" ed era uno degli episodi più felici di una raccolta di canzoni già piuttosto solida e ispirata.
Ebreo, figlio di un mercante e di una zingara, Kozin si appassionò di musica già da bambino e mosse i suoi primi passi suonando il pianoforte per accompagnare i film muti al cinema. Poi divenne un apprezzato tenore, si esibì nei principali teatri e arrivò a cantare anche per Churchill e Roosevelt. Sospettato di essere avverso a Stalin, un giorno Vadim Kozin si ritrovò a fare la battuta sbagliata di fronte all'uomo sbagliato: quando il capo della polizia segreta Lavrenty Beria gli chiese come mai nessuna sua canzone celebrasse il dittatore, lui gli rispose di non essere un "cantante politico", e aggiunse che brani di quel tipo mal si sarebbero adattati al suo stile ed alle sue corde.

Così, nel 1944 Kozin fu spedito per cinque anni in un gulag a Magadan (in Siberia). Non fu mai pienamente riabilitato, neppure dopo la sua liberazione - più tardi per lui arrivò l'esilio, dovuto stavolta alla sua omosessualità. Non cantò dal vivo per anni, ma continuò sempre a scrivere canzoni (ne compose trecento, molte delle quali rimasero nel cassetto) anche se ormai il regime aveva tentato di cancellare la sua opera dalla memoria del grande pubblico.
Proprio dagli anni dell'esilio provengono molte delle tredici canzoni scelte da Marc per "Orpheus In Exile": si tratta spesso di composizioni malinconiche, piccoli ritratti di vita quotidiana, musicalmente in linea con le più tipiche romanze gitane. La differenza sta, il più delle volte, nei testi: l'amore "che non osa pronunciare il proprio nome" è rappresentato da uno dei momenti più memorabili della collezione, "Friendship" - scritto per un altro uomo. "I Love So Much To Look Into Your Eyes" è una dichiarazione altrettanto appassionata, mentre brani come "Day And Night" e "Brave Boy" cantano le virtù dei giovani soldati in guerra. L'amarezza e la frustrazione per la propria condizione si celano dietro lo sberleffo diretto a Mosca nel brano d'apertura, "Boulevards Of Magadan", il più toccante in assoluto. Vadim Kozin ci racconta di non essere affatto geloso dei suoi colleghi, come Yves Montand - anche se al posto dei boulevard di Parigi, nella sua vita, c'è invece il freddo gelido della Siberia.

Mentre in "Heart On Snow" riletture più rispettose delle partiture originali spesso si intrecciavano col gusto del cantante di Southport con tanto di moderni sintetizzatori, drum machine e nuovi arrangiamenti orchestrali che facevano capolino, in "Orpheus In Exile" Almond è accompagnato dalla sola orchestra "Rossia" diretta da Anatole Sobolev. Il lavoro è stato registrato in tre diversi studi moscoviti (l'Andrei Dorofeev Studio, il "Pavian Records" e il Garrett Studio), ed è stato prodotto da Alexei Fedorov.
Spesso si nota come Marc voglia far propri i temi proposti da Kozin, e non è difficile trovare dei punti in comune tra l'opera dell'autore russo e alcuni lavori del passato dell'ex-cantante dei Soft Cell: sin dagli esordi, infatti, Almond ha sempre amato dare vita a personaggicui dar voce per spiegare la propria visione del mondo. La perdita della giovinezza e dell'innocenza era un tema affrontato in "Youth" nel 1981, e ritorna anche in questo lavoro grazie a "When Youth Becomes A Memory"; la mendicante di "Beggar", una diva un tempo amata e rispettata e in seguito dimenticata anche da coloro che si definivano suoi amici (quando c'erano i soldi e il successo, ovvio) ricorda non poco altri ritratti che abbiamo già incontrato nel corso della carriera almondiana.

Non tutto funziona alla perfezione. Stona, per esempio, la presenza della batteria in "Forgotten Tango" e nell'ode omo-erotica "Brave Boy" (quest'ultima richiama alcuni esperimenti rock già non del tutto riusciti in passato, come le "Blond Boy" o "Broken Bracelets" incise con i Willing Sinners) e più di una canzone soffre a causa di scelte dovute principalmente alla ristrettezza del budget a disposizione. Si avverte inoltre la mancanza di un produttore abile a tirar fuori il meglio di Marc Almond (e ce ne sono stati molti finora, da Mike Hedges a Marius De Vries passando per Trevor Horn) ma capace di dirgli, all'occorrenza, anche qualche "no". Di conseguenza, così com'era accaduto nella rilettura di "J'arrive" (I'm Coming) vent'anni fa, tanto sopra le righe da apparire una parodia, certe tentazioni "cabarettistiche" viziano anche "Day And Night".

Marc ha scritto di proprio pugno le note all'interno del booklet, e si felicita del fatto che la Russia attuale sia molto diversa da quella del secolo scorso. Kozin è stato una vittima del suo tempo, ma sempre più artisti (tra cui Ilya Lagutenko e alcuni giovani emergenti) stanno finalmente riscoprendo la sua poesia e le sue interpretazioni. Lui si spinge addirittura oltre, definendo Vadim Kozin "la prima vera icona gay della musica russa"; non sappiamo, visto che l'artista non amava parlare in pubblico della propria vita sentimentale, se ne sarebbe lusingato. Ma poco importa.
Nonostante le pecche, "Orpheus In Exile" si dimostra un disco affascinante e coraggioso, perché il suo autore ha preferito rischiare puntando tutto sulla qualità del repertorio, assai poco conosciuto in Occidente, piuttosto che tornare con un album furbo e ruffiano cavalcando l'onda del revival. Già, poteva essere molto più redditizio per Marc Almond incidere un disco con sonorità tipicamente anni 80, cui odierni fenomeni pop come Lady Gaga o i La Roux attingono a piene mani.
Per molti di noi, "Orpheus In Exile" è una vera e propria lezione di storia contemporanea. In attesa che esca il prossimo album di inediti, il suo primo in ben nove anni, si può ritrovare in questo prezioso disco una voce in forma smagliante e una voglia di stupire che non si è mai affievolita. Giù il cappello, signori.

(14/12/2009)

  • Tracklist
  1. Boulevards Of Magadan
  2. Forgotten Tango
  3. My Fire
  4. I Love So Much To Look Into Your Eyes
  5. Friendship
  6. Pearly Night
  7. Brave Boy
  8. Day And Night
  9. A Skein Of White Cranes
  10. Beggar
  11. When Youth Becomes A Memory
  12. Autumn
  13. Letter From Magadan
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