Mastodon

Crack The Skye

2009 (Warner Bros) | post-metal, progressive

Svolta piuttosto netta per i Mastodon, che, giunti al loro quarto album, mettono da parte la schizofrenia sonora per un sound più equilibrato e “pulito”, evidenziato, nell’immediato, sia da un cantato efficace, ma lontano dai fendenti scream del passato, sia da evoluzioni sonore che, pur mantenendo impresso il marchio “progressive”, spesso e volentieri non fanno nulla per nascondere una certa volontà di normalizzazione.

“Crack The Skye” è, dunque, disco destinato, nel bene o nel male, a far parlare di sé, anche perché, quando una band si mette in gioco, evitando di ripetersi senza battere ciglio, il rispetto è d’obbligo. Detto questo, se l’album in questione necessita di numerosi ascolti per rivelarsi in tutte le sue sfaccettature, è pur vero che la band di Atlanta, alle prese con questa "nuova" formula, non è ancora al massimo delle sue possibilità, per cui, non ci sembra affatto una forzatura considerare “Crack The Skye” come un disco di transizione, nonostante le sue evidenti novità stilistiche.
Se ne parla in giro, naturalmente (!), come di un capolavoro, ma ritengo che la cosa rappresenti un'offesa per Brent Hinds (chitarra, voce), Bill Kelliher (chitarra), Troy Sanders (basso, voce) e Brann Dailor (batteria), perché da musicisti così talentuosi è doveroso aspettarsi qualcosa di più, un passo ulteriore, non accontentandosi di un lavoro di certo potente ma tutt’altro che perfetto.

Con la sezione ritmica che guadagna ulteriore spazio e le chitarre che, pur duellando maniacalmente, risultano essere meno aggressive rispetto a quanto ascoltato in passato, il disco si apre con il crescendo calibrato di “Oblivion”, che alterna, con grande maestria, oscurità e lucentezza, non disdegnando di bagnarsi in acque lisergiche quando la chitarra prende il sopravvento per librarsi in un tipico assolo “in proiezione”. Virando verso sonorità relativamente più “morbide”, i Mastodon pescano a piene mani in certo progressive degli anni Settanta, ma è anche certo hard psichedelico d’atmosfera a fare da sicuro battistrada.

Introdotto da poche note di banjo, il singolo “Divinations” è un’aggressiva cavalcata che riallaccia i contatti con il vecchio materiale, ma finisce per proporre un refrain che sembra voler a tutti i costi accendere il braciere di un pathos molto Avenged Sevenfold, con tutte le conseguenze del caso... Ci si potrebbe soffermare sull’esplosiva carica strumentale, sull’acrobatica, eccezionale batteria di Dailor (uno dei migliori batteristi dell’ultimo decennio) o sugli esagitati duelli chitarristici: ma sarebbe un po’ come voler evitare a tutti i costi di dire le cose come stanno… e, cioè, che dopo due dischi di rilievo quali “Remission” e “Leviathan”, viene probabilmente confermato, se non addirittura accentuato, il calo di tensione evidenziato dall’ultimo “Blood Mountain”.
Cerca il colpo ad effetto, cerca a tutti i costi di sorprenderci, ma nella sua “linearità”, “Crack The Skye” pecca di sincera carica sovversiva. Passaggi chitarristici indiavolati, un drumming esplosivo, un continuo alternarsi di furia e impeto melodico: “Quintessence” è, ad ogni buon conto, un pezzo superbo, con la band che, spostandosi verso una dinamitarda e convulsa scalata post-hardcore, si lancia in un ritornello davvero deflagrante, con bordoni mutanti di synth che, nel finale, si trasformano in pura evocazione astrale.

Se in “Ghost Of Karelia”, un’elaborata, effervescente linea melodica fa il paio con perimetri ritmici rocciosi e sprazzi di delocalizzazione spaziale, e la title track, costruita sul contrasto tra il growl feroce di Scott Kelly (Neurosis) e l’enfasi rampicante della band, finisce per rivelarsi come il momento meno convincente del disco, dal canto loro, le quattro parti di “The Czar” e i tredici minuti di “The Last Baron” rappresentano il punto di massima focalizzazione “progressiva”.
Racchiusa tra i torbidi, desolanti scenari di decadimento di “Usurper” e “Spiral”, “The Czar” è carente, a dirla tutta, di una certa fluidità, quantunque presenti una struttura di carattere circolare. Così per una “Escape” che batte il tasto di un thrash fiammeggiante e una “Martyr” che sposta l’impatto emozionale verso un’epica post-metal tanto sontuosa e sofferente, quanto poco incisiva, questa raffigurazione della decadenza della Russia zarista lascia un po’ il tempo che trova. Quanto, invece, alla conclusiva “The Last Baron”, nella sua vorticosa instabilità, finisce anche per strafare, pur presentando una carica pazzesca.

Si potrebbe far finta di niente, magari immedesimandosi in quelle torme di fan che sono già prostrati in adorazione. Ma la sincerità ci sembra un dovere cui difficilmente si deve rinunciare. Per cui, promossi ma con riserva, a questi “nuovi” Mastodon chiediamo maggior convinzione, convinti che la prossima volta andremo d’amore e d’accordo.

(04/04/2009)

  • Tracklist
1. Oblivion
2. Divinations
3. Quintessence
4. The Czar
    I. Usurper
    II. Escape
    III. Martyr
    IV. Spiral
5. Ghost of Karelia
6. Crack The Skye
7. The Last Baron

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