Gentless3

Speak To The Bones

2012 (Viceversa) | alt-country

Attesa conclusa per tutti coloro che aspettavano degli epigoni tricolore di David Eugene Edwards. Le italiche genti potranno così colmare quel vuoto stilistico del quale si era avvertito il peso negli ultimi anni. Tuttavia, nonostante la sulfurea e pastorale title track, posta in apertura del disco, limitarne le influenze al solo artista statunitense sarebbe mossa alquanto azzardata e oltremodo pressappochista.
Preceduto da un serie di abbaglianti segnali premonitori, titoli quali “V For Vittoria”, “Destination Unknown” o la poco fraintendibile “Ellis Island (Ghost Song For Elliot Smith)”, il secondo disco (o terzo, se si considera lo split per la serie “In The Kennel” del 2012) dei Gentless3 declina una serie funambolica di influenze musicali alla propria personale idea di alternativa al folk-rock. Perciò, all'interno dell'amalgama complessiva, oltre ai già detti Woven Hand (più nella variante 16 Horsepower, come anche il nome lascia intendere) è possibile udire echi di Mark Lanegan (nelle sfumature che si evincono dagli Ep), ma anche del compianto Vic Chesnutt e dei redivivi Codeine, passando per Arbouretum e The Welcome Wagon al suicide-pop della creatura di Simone Salvatori, gli Spiritual Front, qui in chiave più suicida e meno pop. Non vi è quindi stupore alcuno, appare lampante, sulle possibili motivazioni che abbiano spinto l'eclettico Joe Lally a occuparsi della produzione artistica di questo disco.

Eccitate/incitate dal deus ex machina Carlo Natoli, cantante, chitarrista, banjista e mente spostata dietro ai Gentless3, e dal batterista Sebastiano Cataudo, enfant prodige della scena italiana tutta e sorprendente artigiano dietro il laboratorio CQuadro, con il basilare supporto di Sergio Occhipinti, caustico bassista dall'aspetto tendente all'Oi! e dall'attitudine decisamente straight, i dodici episodi di “Speak To The Bones” riescono a suggestionare e stregare al primo incontro sensoriale con il loro enigmatico groviglio di danze e movenze in grado di coniugare l'attuale iconoclasta insurrezione art-rock e alt-country con le colorazioni espanse e mutevoli dell'era (post?) punk e soprattutto slow-core. Una sintesi perfetta che desta, quanto meno, interesse per il futuro prossimo.

In attesa di vederli dal vivo, la loro resta una musica istintiva, legata indissolubilmente a una visione del mondo piuttosto anarchica (e una volta tanto possiamo mettere la mano sul fuoco che non si tratti di un'operazione dell'ufficio marketing dell'etichetta: il disco suona così) e a un modo di vivere la vita che potremmo definire autarchico. E' una musica riflessiva, appartata, piena però di entusiasmo e trasporto; soggetta senza ombra di dubbio a buoni margini di miglioramento (una pronuncia di chi non è propriamente nato in Colorado e si sente, un certo manierismo sepolcrale che alla fine può annoiare, una maturità ancora acerba riscontrabile fin dai titoli), ma non per questo meno personale o sentita. Magari a tratti oggettivamente claustrofobica, come nelle due citazioni di Edward Estlin Cummings ("Jellyfish" e "My Father Moved Through Dooms Of Love"), e per questo stemprata da tre strumentali a mezza via tra l'interludio marziale (“March”) e la sperimentazione lo-fi da cameretta (“CardGame”, criptico e inquietante omaggio a Bob Dylan).

A completare il quadro, il considerevole supporto di una schiera pressoché illimitata di ospiti. In primo luogo, Francesco Cantone e Lorenzo Azzaro, che ampliano la formazione da tre a cinque. Il primo, già nei Tellaro con Tazio Iacobacci e nei Twig Infection, qui nelle vesti di poli-strumentista dal fraseggio (anche verbale) complesso e dissacrante; il secondo, alla chitarra, moog e synth. Seguono l'umbratile Cesare Basile (cigar box in “A New Spell”) e la magnetica Alessia Zabatino (co-autrice di “Letters From A New Form (Any Minute Now)”), e una coda di persone legate, direttamente o indirettamente, musicalmente, artisticamente o umanamente, alle realtà del Teatro Coppola di Catania e de L'Arsenale: Bruna Natoli, Sebastiano D'Amico, Luca Swanz Andriolo, lo stesso Tazio Iacobacci, Monica Saso, Francesco Cantone fino a un fantomatico “zio Angelo" a fare bordello dove occorre. Una somma che da sola crea un prodotto degno di curiosità e vivo interesse.

(31/12/2012)

  • Tracklist
1. Speak to my bones
2. Letters from a new form (any minute now)
3. March
4. V for Vittoria
5. Another ghost world
6. Destinations unknown
7. A new spell
8. Jellyfish
9. My father moved through dooms of love
10. Ellis Island (A ghost song for Elliott Smith)
11. Cardgame
12. Saved




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