Magnetic Fields

Love At The Bottom Of The Sea

2012 (Merge / Domino) | pop, synth-pop

Per chi ha fretta

"Love At The Bottom Of The Sea" è il disco più estremo dei Magnetic Fields, e mi rendo conto che dopo "69 Love Songs" e "Distortion" sia un'affermazione piuttosto pesante. Per dimostrarla ho fatto cose mai viste per una "banale" recensione. Ho ascoltato il disco in tutti i formati possibili. Sono andata a parlare col produttore in persona. Ho letto tutte le interviste rilasciate da Stephin Merritt. Ho sentito le stesse canzoni arrangiate acusticamente in concerto. Ma, per chi di voi ha fretta, ho pronto un riassunto: per quanto estremo, questo album vi farà sorridere, pensare, ballare e canticchiare. Strano ma vero, l'opera più sperimentale di Stephin Merritt è anche la più orecchiabile. E no, nessun "ritorno", non suona come gli eterei Magnetic Fields degli anni 90. Bastano un paio di cuffie e un occhio ai testi per accorgersi che è tutto hi-fi e sarcasmo. Certo, le canzoni sono innegabilmente merrittiane, ma immaginatele suonate da Stephen Sondheim in duetto con Wendy Carlos. In 2 minuti e mezzo. Una nuova direzione in "noise-synth-pop-brevity" secondo l'interpretazione autentica di Merritt e un suono decisamente mai sentito prima.

Il nuovo

Se state ancora leggendo, ho pane per i vostri denti. Il nuovo non è soltanto la barba di Stephin e il fatto che siano tornati alla Merge Records. Ci sono i "synth", i sintetizzatori. Non tastiere, eh, synth. Ricordiamo che la cosiddetta "trilogia acustica" ("I", "Distortion" e "Realism") cominciò perché il nostro piccolo (Merritt è alto 1 metro e 60) genio si era stufato delle tastiere. Ora precisa che "synth" è un concetto molto più ampio di "tastiera", che è "l'apogeo del controllo nella musica"[1]. Difficile capire l'esigenza di libertà di uno che non usa sample e non modifica i suoni al computer. Tutti i suoni elettronici di questo disco sono "suonati" davvero, corrispondono a un gesto che non è il click di un mouse, e molto spesso neppure un tasto bianco rettangolare.

Produzione

Charles Newman, co-produttore dei Magnetic Fields da vari anni, mi dice che non ha mai visto un approccio alla produzione così sperimentale. Aleatorio, praticamente à la Jackson Pollock. Si comincia prendendo tutti i synth possibili (e a quanto pare Merritt ne ha una casa piena), suonandoli in tutti i modi possibili e applicando moduli aggiuntivi come il Source Of Uncertainty. Un nome, un programma. Poi, si procede aggiungendo filtri e improbabili amplificatori come il Danelectro Honeytone, finché non suona veramente improbabile, ma allo stesso tempo pop. Per questo scopo vengono utilizzati strumenti del tutto nuovi, come lo Swarmatron, un oscillatore controllato da un ribbon, inventato dai cugini Dewan e "scoperto" (relativamente) da Trent Reznor. O il cracklebox, che non ha neanche i tasti. Merritt dichiara di non imparare niente dai suoi dischi, ma questa è una lezione di un certo livello per l'ascoltatore paziente e attento a carpire tutti questi suoni in 15 tracce da 2 minuti e mezzo l'una. Gli arrangiamenti sono sciami di impulsi misti a note, eppure sempre coesi e perfettamente distinguibili. Si può giocare a "trova lo strumento", visto che Charles esclude che Merritt ricordi con precisione tutto quello che ha suonato: Hohner Claviola, kazoo filtrato, cracklebox, taurus moog, slinky guitar. Flicorni, violoncelli ukulele e autoharp ci sono sempre, ma anch'essi sottoposti al trattamento di laboratorio. È un violoncello vero quello in coda ad "Infatuation (With Your Gyration)"? E dove sta la sega musicale (è uno strumento vero, non un modo di dire) suonata da Pinky Wetzman secondo le note di copertina? Non ancora convinti della novità? C'è dell'altro.

Canzonette?

Sappiamo che Merritt ama le rime difficili, le strane metafore, e i paragoni alienanti. Ma "Love At The Bottom Of The Sea" porta tutto a un altro livello. Se il singolo "Andrew In Drag" è arguto, ma potrebbe anche stare in "Realism", quando la voce di Shirley Simms attacca algidamente "God Wants Us To Wait" è una provocazione annunciata. Apparentemente erano previste altre dieci strofe di sarcastico incitamento alla castità. Non temete, il disco inizia con la vendetta splatter di "Your Girlfriend's Face" (amplificata da varie esplosioni di cracklebox) e prosegue tra romanticherie degne di Erode ("The Only Boy In Town"), feste grottesche ("The Horrible Party"), sequestri improbabili ("I've Run Away To Join The Fairies") e altri capolavori semiseri, per concludersi con una canzone composta solo per fare rima con "mariachi". Un po' troppo per le anime sensibili, ma come non apprezzare la geniale contemporaneità di "The Machine In Your Hand", che esprime il desiderio di diventare un telefono cellulare pur di stare vicino alla persona amata? Al contrario di tutti gli altri dischi dei Magnetic Fields non c'è spazio per sogni romantici. "Infatuation (With Your Gyration)" è più una presa in giro degli Heaven 17 che un tributo, e anche una canzone liricamente innocua come "Goin' Back To The Country" suona tutt'altro che tranquillizzante: è una canzone country sotto anfetamine.

Conclusione

Ed è un po' qui che casca l'asino, quando gli ascoltatori frettolosi non si sono accorti di nulla, ma quelli attenti sono arrivati alla fine dell'album e sentono che manca qualcosa. Non è certo sincerità (credete veramente che "Mick Jagger non riuscisse a trovare soddisfazione?"[2]), e neppure serietà. Come pretendere certe cose da un disco pop, del resto? Ma i Magnetic Fields ci hanno abituato a un altro tipo di emozioni, e a distinguere le canzoni d'amore dalle canzoni che parlano d'amore. L'estremismo delle composizioni diverte, affascina, ma anche, purtroppo, distrae. Finiti quei due minuti non rimangono altre sensazioni, come una freccia che non raggiunge il cuore. Se c'è una "The Book Of Love" in questo album è probabilmente "Quick!", secondo singolo e miglior canzone dell'album. Non importa quanto Claudia Gonson ci esorti a fare in fretta, quella linea di basso analogica[3] ci tiene lì, ci ipnotizza e paralizza, evocando i più dolorosi flashback della nostra vita di coppia in soli 120 secondi, per poi incantarsi poeticamente su quel "chi pagherà l'affitto", epitome delle recriminazioni senza senso. Se devo muovere una critica a questo lavoro storico di Stephin Merritt è la scarsità di "Busby Berkeley Dreams" come questo. Non a caso, la scaletta del "Bottom Of The Sea Tour" è al 50% materiale di "69 Love Songs". 



1. Intervista al Washington Post, 6 Aprile 2012 (link)
2. Come sentito in prima persona al concerto del 3 Aprile 2012, Beacon Theatre, New York City. Merritt: "Once a journalist asked me about sincerity. I said: do you think Mick Jagger really can't get satisfaction?"
3. Che secondo me è fatta con questo synth ma potrei sbagliare.

(15/04/2012)

  • Tracklist
  1. Your Girlfriend's Face
  2. Andrew In Drag
  3. God Wants Us To Wait
  4. Born For Love
  5. I'd Go Anywhere With Hugh
  6. Infatuation (With Your Gyration)
  7. The Only Boy In Town
  8. The Machine In Your Hand
  9. Goin' Back To The Country
  10. I've Run Away To Join The Fairies
  11. The Horrible Party
  12. My Husband's Pied-a-Terre
  13. I Don't Like Your Tone
  14. Quick!
  15. All She Cares About Is Mariachi

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