Soundgarden

King Animal

2012 (Seven Four/ Republic) | grunge, hard-rock, psych-rock

Largamente annunciato dalla pubblicazione di una raccolta (“Telephantasm: A Retrospective”) e di un live d’annata (“Live On I-5”), la reunion frutta ai Soundgarden il primo album originale, il sesto in totale, dopo circa 16 anni. Quasi un passaggio obbligato, un tributo a se stessi, per quella che è stata senza dubbio una delle rock-band più significative e influenti degli anni 90 e, successivamente, una delle più refrattarie alle autocelebrazioni. Alfieri dell’ala più heavy del “parlamento grunge”, i Soundgarden possono essere considerati, al di là del loro innegabile peso specifico, una delle proposte musicali più conservatrici – in sostanziale contiguità, cioè, con generi e sonorità consolidate nei decenni 70 e 80 (hard-rock, metal, psych-rock) – e al tempo stesso una delle più innovative, per la particolarità di alcuni connotati stilistici (l’originale lavoro sulle accordature e gli effetti di distorsione delle chitarre, l’uso di ritmiche complesse e di tempi dispari) all’interno della storica scena di Seattle. E così ad oggi, archiviate per il momento carriere soliste disastrose (Cornell) o quasi invisibili (gli altri), possono rivendicare a buon diritto il merito di quell’eredità con un ritorno, il nuovo “King Animal”, coerente con il classico sound del quartetto, nel tentativo di riprendere (almeno idealmente) il discorso dal punto esatto in cui s’era interrotto nell’ormai lontano 1997.

In effetti, fatto salvo per il diseguale (e più basso) profilo delle composizioni, “King Animal” potrebbe anche essere letto (a posteriori) come una specie di anello mancante fra il focale “Superunknown”, il capolavoro della band, e il più controverso ed eterogeneo “Down On The Upside”. Un album piuttosto muscolare e compatto, grunge pesante anni 90 con accentuate (e adulte) inclinazioni bluesy e psichedeliche, a tratti quasi stoner, e qualche apertura melodica di taglio sixties. E sebbene non riesca, per sopraggiunti limiti d’età e d’ispirazione, a rinverdire i fasti del passato, ne ripropone quantomeno una versione onesta e dignitosa.
Certo, il livello medio è appena discreto, senza acuti da consegnare agli annali del gruppo e, sempre per restare in tema di acuti, la voce di Cornell, un tempo uno dei loro massimi punti di forza, è ormai un opaco ricordo di se stessa, limitata nelle ottave e in generale piuttosto roca e palesemente “gonfiata”, effettata, ma le chitarre in certi punti funzionano ancora a meraviglia (specie per merito di un sempre ottimo Thayl) e poi la grinta ritrovata e il grande mestiere aiutano, a parte qualche cedimento verso la fine, a tenere in piedi il tutto.

Cominciano forte, i Soundgarden, galvanizzati da un paio di anthem robusti ed efficaci come la sincopata “Been Away Too Long” e la tiratissima “Non-State Actor” (con Cornell che si lancia in un paio di ruggiti coraggiosi); mentre “By Crooked Steps” velocizza un riffone ribassato e sabbathiano su un portamento acido e bluesy, introducendo a due fra i brani migliori del lotto: la bella chitarra orientaleggiante su ritmica spasmodica e scrosciante di “A Thousand Days Before” e l’heavy-blues rallentato di “Blood On The Valley” che si apre a un bel bridge cantato nella seconda parte. Non male, sulla stessa linea, anche “Taree”: pezzo cattivo, rugginoso e senza fronzoli. Su un registro leggermente più melodico e sfumato d’influenze anni 60, spiccano invece l’acid-rock di “Bones Of Birds” e “Black Saturday” che parte acustica e stonesiana e sfocia in un crescendo incalzante su ritmi dispari.

Qui finiscono le note positive e sopraggiungono stanchezza e prolissità: la brulla e pasticciata “Attrition”, l’immancabile (e inutile) ballad cornelliana (“Halfway There”), brani che fanno fatica a ingranare (“Worse Dreams”) o girano a vuoto come “Eyelid’s Mouth” con un ritornello che sembra quasi rimandare a “Badmotorfinger”, un paragone che i Soundgarden di oggi non ce la fanno proprio più a sostenere. Meglio, allora, la conclusiva “Rowing”: sorta di dark-blues, sbrecciato e un po’ doomy coi suoi tenebrosi call and response, più adatto a un gruppo maturo e un po’ appesantito dagli anni. Un gruppo che, nel complesso, ci sembra più concentrato nel ritrovare una propria fisionomia che votato alla ricerca del successo facile. Di questo, se non altro, gli va dato atto.

(26/11/2012)

  • Tracklist
  1. Been Away Too Long
  2. Non-State Actor
  3. By Crooked Steps
  4. A Thousand Days Before
  5. Blood On The Valley Floors
  6. Bones Of Birds
  7. Taree
  8. Attrition
  9. Black Saturday
  10. Halfway There
  11. Worse Dreams
  12. Eyelid's Mouth
  13. Rowing
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