Billy Bragg

Tooth & Nail

2013 (Cooking Vinyl) | country-folk, songwriter

Militante sfrontato negli anni del thatcherismo più devastante, artista di propaganda allergico al dogmatismo ma anche cultore irriducibile di gemme soul e Motown. Un cantautore a tutto tondo capace di reinventarsi con talento passando dall’idealismo colorato della sua parentesi più arrabbiata al taglio privato e romantico del “tempo libero dei lavoratori”, dall’inclinazione pop radiosa di “Don’t Try This at Home” al sano pragmatismo di “William Bloke”, senza utopie tradite e con la stessa straordinaria concretezza di sempre.

E’ quasi inevitabile, pensando a lui, chiedersi quanti Billy Bragg si siano avvicendati sin qui. Il miope che si crogiola sotto il sole dei luoghi comuni si ostina a vederne uno soltanto, specie di dinosauro oltranzista. Un ritratto per nulla edificante. Basta però una manciata di istantanee del cantante a sbugiardarlo senza troppe cortesie. La sua discografia come un diario corposo, avvincente, tra coscienza civica e delicatezza intimista, dove sentimenti e politica si sono spesso incontrati. L’ultima pagina ci consegna oggi un Bragg da meditazione, insolito, yankee. Uno “Sherpa of Heartbreak”, come lui stesso si è definito. Attento alle fratture emotive e alle difficoltà relazionali. Alla fatica dietro le cicatrici, alle infruttuose rincorse a rimorchio di un arcobaleno, al senso di perdita.
Nell’ultimo biennio il Progressive Patriot ha concesso una licenza illimitata ai fidati Blokes, coi quali sembrava aver perso mordente. E’ tornato a fare la spola in solitaria tra un piccolo club e l’altro, coronando con l’estemporaneo progetto Pressure Drop il vecchio sogno del teatro-canzone: un po’ comizio, un po’commedia, installazione d’arte e concerto, con pochi ritocchi rispetto a quelle mitragliate di aneddoti e ironia che sono i suoi folgoranti spettacoli. Quindi è volato a Pasadena per registrare questo “Tooth & Nail”, il suo disco da navigato alfiere dell’Americana.

La scelta di Joe Henry in guisa di produttore e coautore chiarisce le nuove coordinate meglio di tutte le note stampa di questo mondo, mentre le pennate di pedal steel griffate Greg Leisz o l’elegante impronta Delta di “Handyman Blues” valgono come sbaffi di evidenziatore sul taccuino per rimarcare l’assunto. Dietro l’ispida corteccia esibita nelle foto promozionali s’impone uno sguardo accigliato à-la Johnny Cash, e nasconde un sorriso. Sarà la sicurezza grandiosa con cui abbraccia un songwriting dal taglio smaccatamente classicista, con esiti felici quantomeno spiazzanti, oppure il piglio del cantastorie pauperista di “January Song”, tutta sostanza e disillusione.
All’improvviso l’irruenza della gioventù è davvero molto, molto lontana. Sono cambiati i registri tramite i quali filtrare il reale, evidentemente più prossimi alla sua attuale sensibilità di ultracinquantenne. Rimane però la costante dello stile semplice e disadorno dei suoi autoritratti, non per posa ma per indole. Bragg non è più il portavoce di un disagio sociale. Le ombre di oggi sono un’esclusiva del suo spirito, ma non prevaricano. Il respiro è lungo. Ci sono i giusti margini per fare ammenda magari, annullare tutti i puntini di sospensione e guardarsi dentro senza più trucchi o proclami universali. Un album intimista quindi, non un album angusto. Raccontarlo tirando in ballo il disimpegno è fuori luogo perché l’onestà e la lucidità del suo profilo di cantante non sono evaporate con l’urgenza di un tempo. Si sono cristallizzate, piuttosto.

I veri frutti della lezione di Guthrie arrivano adesso e sono paste di disciplina, coerenza, dignità. E allora eccolo il cantore vagabondo che sembra tornato alle sessions amichevoli registrate in compagnia dei Wilco operai e pre-rivoluzione-copernicana, quelli in cui Jeff Tweedy ancora sgomitava col compianto Jay Bennett per la piazza del timoniere. Le parole del maestro nuovamente splendenti e affrancate dalla polvere. Niente più casa significa niente più vincoli né confini. Con la saggezza della misura, con la fiducia indefessa nell’uomo e la frugalità dei piccoli passi, questo nuovo Billy ricorda a tratti l’omonimo Principe oldhamiano, perfino ottimista se visto in controluce. Si ritaglia scampoli di viva meraviglia e non nega il tesoro di una sconfinata gratitudine. La convinzione è che i giorni a venire saranno comunque migliori, e che eventuali rese dei conti rimarranno eccezioni prive di strascichi. Come le sonorità elettriche in questo disco, rare e mai esasperate, perfette per accompagnarsi con una voce invecchiata ma ancora magnificamente evocativa. Oltre il velo di malinconia vigile e coscienziosa, nessuna traccia di autocompiacimento ed anzi un ultimo sibillino messaggio che profuma d’orgoglio: “Conservo ancora l’entusiasmo di chi si innamora di tutto”, un po’ come capitava al nostro Faber.

Ora che la Lady di ferro è entrata ufficialmente nell’album dei ricordi, dovrebbe riuscirgli anche più semplice.

(17/04/2013)

  • Tracklist
  1. January Song
  2. No One Knows Nothing Anymore
  3. Handyman Blues
  4. I Ain't Got No Home
  5. Swallow My Pride
  6. Do Unto Others
  7. Over You
  8. Goodbye, Goodbye
  9. There Will Be a Reckoning
  10. Chasing Rainbows
  11. Your Name on My Tongue
  12. Tomorrow's Going to Be a Better Day
Billy Bragg su OndaRock
Recensioni

BILLY BRAGG

The Million Things That Never Happened

(2021 - Cooking Vinyl)
Un album dal taglio classico per un autore con radici profonde ma ben piantate anche nell'attualità ..

BILLY BRAGG

Mr. Love & Justice

(2008 - Cooking Vinyl)
Nuovo disco dopo sette anni per il cantautore folk inglese

News
Billy Bragg on web