Eterea Post Bong Band

BIOS

2013 (Trovarobato) | electro, post-rock

Gli Eterea, vicentini di Schio, ma soprattutto qualificati dall’appellativo di “Post Bong Band” tornano a ben quattro anni dal predecessore “Epyks”, anni che li hanno visti disperdersi in progetti artistici variegati, dalle molteplici incarnazioni della mente elettronica GG Funcis al garage demenziale del chitarrista LeleSD a nome Pof Champagne. Quindi GG muove i primi passi nella lavorazione del nuovo album, con l’intento di non lasciare più nulla all’estemporaneità e di concentrare gli sforzi in un’opera lungamente meditata, prodotta, rifinita, persino intellettualizzata.

La Trovarobato, loro label di fiducia, li asseconda in pieno, chiamando a raccolta aiuti e ospiti, magie di produzione e presentazione in pompa magna. “BIOS”, pure annunciato con larghissimo anticipo da un teaser professionale che ne accumulava la suspence, quando esce è - sulla carta - un rigoroso concept matematico che si porta dietro i segni dei frattali perfetti fin dalla copertina (un cavolfiore riprocessato alla computer grafica).

All’ascolto la vera sostanza suona invece come una convinta transizione del quartetto a linguaggi caoticamente alieni, ancora non codificati appieno. Ad aprire la parata è così il minestrone-fantasia trip-hop di “The Rise of Ramanujan” in luogo di preludio (sarà chiusa dalla musica dell’”intervallo” Rai di “The Fall of Kasparov”). A dispetto della (noiosa) citazione campionata su Fibonacci, che allunga l’attesa, “Fibo” suona piuttosto come una versione remixata del “Pinocchio” di Fiorenzo Carpi, in mezzo a rullate crossover e chitarre casuali. Nel bene e nel male, e secondo i dettami del concept, è il pezzo che fa da perno all’album.

“Homo Siemens” è madchester con accenti blues e soprattutto con caos di suoni e campioni che soverchia la struttura generale, progressiva e non più caustica. Eccessi di produzione rendono generica la quasi ambientale “Scipstep”, poi lanciano una locomotiva dubstep talmente sofisticata da suonare come un remix di una pièce inesistente, senza una reale linea compositiva (che non sia quella dell’elettronica uber alles).
“Tim Peaks” è un altro crossover elettronico ancor più rallentato e privo della loro tipica demenza scattante di un tempo (e in qualche modo rassomigliante alla “Killing In The Name Of” dei Rage Against The Machine). La vera idea di suite, a parte le tentate concatenazioni dei singoli brani, è quando da “Tim Peaks” si transita direttamente a “Mentina”, ma è solo un abbellimento di un vecchio classico, e soprattutto qui - per contrasto con la loro passata produzione - il processo maniacale fa perdere di nuovo qualcosa della loro graffiante frenesia. Come per “Fibo”, anche “Essi” attacca con un dispensabile monologo, ma tra tutte è quella più basata sui muri di chitarre (ma anche un intermezzo di giocattoli), e quella più incisiva e profonda, con meno sburre di produzione e più legata al loro passato iconoclasta.

Poteva essere una sinfonia elettronica di debordante fantasia, invece il secondo parto degli Eterea in quasi due decadi di premiata attività suona sia come un buon compitino di produzione stereofonica (kitsch ma impressionante) che come elogio della confusione, basato su molti suoni puerili e non così utili, oberato dalle musiche di tendenza (dubstep e witch house) e spadroneggiato dagli armamentari elettronici di GG invece che da un sano interplay di massa. Importano i sovratoni darwiniani del concept, più che le intenzioni matematiche, ma raramente si riflettono sulla musica. Molti ospiti, specie Santucci che fischia morriconianamente qua e là, il “prezzemolo” Gabrielli, e Martino Cuman, già al basso con Non Voglio Che Clara.

(18/03/2013)

  • Tracklist
  1. The Rise of Ramanujan
  2. Homo Siemens
  3. Scipstep
  4. Fibo
  5. Tim Peaks
  6. Mentina
  7. Essi
  8. The Fall of Kasparov
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