“Humming”: in una stanza vuota, all’interno di un palazzo abbandonato in una periferia qualunque, risuona un piano. Una voce, ormai stanca di questa gelida monotonia, inizia improvvisamente a declinare, gridando, un atavico calvario. La voce appartiene ad Alan Dubin e quel calvario se lo porta dentro almeno dai tempi degli indimenticati Khanate. Lo sfondo palpita, intanto, di veleno concretista, di alienazione post-industriale, di liquefazione doom. E’ il mondo che ci siamo costruiti, guidati dall’ineluttabile necessità.
Così come già mostrarono magistralmente in “This Face”, i newyorkesi Gnaw non hanno nessuna intenzione di suonare accomodanti. Del resto, come potrebbero se la musica che hanno in mente e che risuona anche nei solchi di questo “Horrible Chamber” è, sostanzialmente, la sonorizzazione dell’inferno-qui-sulla-terra? Non lasciatevi ingannare da strutture più riconoscibili come quella che ingabbia lo sludge punitivo di “Of Embers” o come quella di “Worm” (che scandisce un disagio pestilenziale rievocando i Today Is The Day di una ventina di anni fa): i mostri che qui vengono al suono non sono per nulla facili da intrappolare. E, quindi, i brani si trasformano in epopee disturbanti che sfigurano con l’acido i rituali metropolitani degli Swans (“Water Rite”), si dissolvono in amorfe invocazioni dall’oltretomba, salvo poi coagulare intorno a dolorosissime mutazioni in slow-motion (“Widowkeeper”) o galoppano dentro un tunnel senza mai riuscire a vedere la luce (“Vulture”).
Dubin continua, insomma, a rovistare tra i frammenti della sua disperazione, forse questa volta crogiolandosi un po’ troppo nelle torbide acque del male, come appare evidente nella lunga e incerta odissea finale di “This Horrible Chamber”. Ma, come dire: questi sono i rischi di chi non ama giocare con la plastica e i lustrini…
04/11/2013