Black Walls

Communion

2014 (Pleasence) | drone-folk, ambient-drone

Meno di due anni fa, “Acedia” arrivò, con le sue trame ossute, tinte di sfumature che passavano dal nero all'antracite, come una piccola, oscura sorpresa nell'ambito del vasto ricettacolo psych-folk, da tempo ormai abbandonato totalmente a se stesso. Quelle chitarre appena pronunciate, la voce di Kenneth Reaume in eterno mormorare, un alone di narcolessia a dirigere gli umori plumbei del disco; non c'era miglior modo di rappresentare la pigrizia peccaminosa del titolo, di sublimare l'inerzia a motivo ispiratore di un intero progetto. Indubbiamente il migliore Boduf Songs sarebbe andato fiero di un simile lavoro.
E però, per chi poteva vantare di annoverare Burzum e i Sunn O))) tra le sue principali fonti d'ispirazione, era difficile che la veste di tenebroso narratore, per quanto sovente sporcata da ingerenze esterne, potesse esprimerne pienamente i moti dell'anima, diventare una consuetudine a cui affidarsi  ogniqualvolta fosse necessario. Anche perché, alla base di un disco quale “Communion”, c'è da dire che non vi è proprio nulla di consuetudinario, sia nella genesi che poi nel risultato: carico del proprio dolore per la perdita del padre, portato, un po' alla stregua di Francis Harris, a riflettere sul senso della perdita e sull'elaborazione che naturalmente ne consegue, il musicista canadese devia con grande consapevolezza alla volta di scenari ben più espansi dell'esordio, ma con uno sconforto che sembra non voler conoscere limiti di profondità.

Reclutato alla causa James Plotkin in qualità di addetto al mastering, e con un sound che si fa più espanso, per quanto ancora avvolto dalla stessa cappa sonnolenta del disco precedente, il nuovo corso di Reaume abbandona pieghe cantautorali e ispide superfici acustiche, spostandosi invece verso emotive dilatazioni droniche, in cui il cantato, quando presente, acquisisce sfumature potentemente struggenti, nell'ambito di quell'arte della lentezza che vede Windy & Carl indiscussi maestri. Ed è infatti la chitarra, come agli inizi della straordinaria coppia statunitense, a costituire il fulcro delle composizioni, decisamente più omogenee e univoche rispetto al passato presente: una chitarra che ora si perde in una coltre di spessi feedback, a delineare un'ambience fosca, una minaccia sul punto di tracimare (la title track, specchio fedele della magnifica copertina), ora invece sa far scorrere lo spettro dell'inquietudine, lasciando soltanto un'incolmabile malinconia a invadere il campo (“Untitled”, dove la serialità quasi religiosa del contesto sonoro pare sottolineare il vano tentativo di riempire un vuoto a cui non c'è fuga). Il tutto, senza mai investire troppo tempo su facili saliscendi di matrice post, puntando invece su una resa del sentimento decisamente più sfuggente, esposta alla suggestione del singolo ascoltatore.

Lo scavo interiore diventa un tutt'uno con l'esterno, la dimensione appartata ancora insita nel metodo creativo di Reaume sfida le vertigini della musica ambientale senza esserne soggiogata: pochi fraseggi vocali, persi in un mare di riverberi e di lentissime progressioni (in graduale sbiadire), fanno di “PTSD” il più commovente epitaffio che possiate ascoltare negli ultimi tempi, mentre il finale, affidato alle desolate divagazioni siderali di “Funeral/Wake” lascia quasi scorgere una punta di speranza nel tetro contemplare del musicista canadese. Il presentimento è che, alla fine del tunnel, il buio troverà il modo di nascondersi da qualche parte, anche fosse per un solo istante.
In questa attenta riflessione sul dolore, le nere mura stanno cominciando a mostrare qualche crepa: una comunione dal carattere potenzialmente terapeutico.

(13/04/2014)

  • Tracklist
  1. Communion
  2. Field Two
  3. PTSD
  4. Untitled
  5. Funeral/Wake
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