Zen Circus

Canzoni contro la natura

2014 (La tempesta) | combat-folk, alt-rock

Ha tante storie da raccontare Andrea Appino, i suoi testi non sono conditi da facili slogan, ma si srotolano in ragionati resoconti metropolitani dei nostri tempi, narrati in maniera densa e personale. Sembrano lontani anni luce i tempi degli esordi, quando la creatura Zen Circus si esprimeva in inglese e sognava di ripercorrere le gesta di Violent Femmes e Pixies (andate a riascoltarvi “Sailing Song” da “Doctor Seduction”, giusti giusti dieci anni fa, una delle più riuscite imitazioni dei Pixies mai realizzata dalle nostre parti).
Per gran parte dello scorso anno i membri del trio toscano hanno deciso di dedicarsi ai rispettivi side project, e così abbiamo assistito ai dj set di Ufo, all’apprezzata opera prima di Karim Qqru con il monikerLa notte dei lunghi coltelli”, e si è rivelato al mondo l’Appino solista de “Il testamento”, Targa Tenco 2013 come Miglior Esordio e nomination alle Targhe Mei nella categoria Miglior Album dell’anno. Da queste esperienze, e da altre precedenti (come il riuscito esperimento di fungere da backing band di Nada) il gruppo è uscito rafforzato, con in più una rinnovata voglia di suonare assieme. Era probabilmente necessaria una temporanea via di fuga dopo tanti anni trascorsi in comune fra studi di registrazione e tour senza fine.

Da tali presupposti nasce “Canzoni contro la natura”, la loro produzione numero otto, nonché il loro album più compiuto, quello che consoliderà il Circo Zen fra le compagini di punta del circuito indipendente italiano, un patrimonio nazionale da coccolare e supportare.
Il pezzo chiave del nuovo disco, che non a caso occupa una posizione centralissima nella scaletta (traccia n° 5) è “Albero di tiglio” (la natura, il leitmotif), l’episodio più strutturato e maturo, forte di una trascinante coda strumentale. Trattasi della riflessione suprema (e severa) indirizzata al mondo da un dio che si manifesta sotto forma di una pianta per rimproverare gli uomini, rei di aver colpevolmente travisato troppe cose (“Voi credeste io fossi fatto/ A vostra immagine e somiglianza/ Perché lo avete letto sul libro/ Che vi siete scritti da soli/ Io non ho mai avuto un figlio/ Come potrei io che sono un tiglio”). Nonsense e sarcasmo, conditi da ulteriori spunti atti a sancire la non secondarietà del mondo vegetale per la sopravvivenza di qualsiasi ecosistema (“Guardate questa vecchia quercia/ distrutta dalla vostra guerra/ Voi piangeste mille figli morti/ Ma questa pianta ne vale altrettanti”).

Una sorta di resa dei conti della natura nei confronti dell’uomo e del progresso, ribadita in maniera forte nella title track, dove si ipotizzano le conseguenze di una ribellione animale e vegetale contro l’essere umano. Un intervento dell’indimenticato poeta Giuseppe Ungaretti sottolinea l’anormalità dell’essere umano, e il suo perenne contrasto con la natura. In tutto l’album, considerabile pertanto una sorta di concept, è la natura umana a essere analizzata: madre natura è soltanto un pretesto fatalista per meglio sviscerare il complesso animo dell’uomo.
L’analisi parte diretta e convinta sin dall’iniziale “Viva”, un folk-rock barricadero sul deterioramento interiore ed esteriore delle persone comuni nei difficili tempi che stiamo vivendo. E prosegue con la successiva “Postumia”, inno sulla confusione intergenerazionale e sull’incomunicabilità: scendiamo tutti in piazza vestiti a puntino ma “ci guardiamo in faccia sempre raramente/ perché il risultato spesso è deludente”. A regnare sono la disillusione (“Non è questo il futuro che sognavi tu”) e le difficoltà dei trentenni di oggi (“Alzate l’Imu tanto io non avrò mai una casa”, “Il futuro me lo bevo per non pensarci”, “Lavoro giusto per tenermi in vita”).

La band dimostra di voler proseguire il felice matrimonio fra songwriting illuminato e attitudini rock, rifacendosi apertamente all’atteggiamento che venne tracciato per la prima volta in maniera stupefacente da Fabrizio De André nello storico tour con la Premiata Forneria Marconi. Non a caso “L’anarchico e il generale” tende volutamente ad assomigliare a “Il pescatore” che di quell’avventura divenne uno dei principali simboli. Lo stesso piglio da moderni menestrelli è presente in “Vai vai vai!” ed in “Mi son ritrovato vivo”, perennemente mediato con le istanze rock-wave ben celebrate attraverso il basso pulsante e le chitare affilate che caratterizzano “No Way”, pronta a esplodere nel solo ritornello da stadio del disco. Rino Gaetano è senz’altro un ulteriore punto di riferimento, vuoi per il suo essere nazional- popolare, vuoi per l’irriverenza nei confronti dell’establishment precostituito.

La ballata molto americana “Sestri Levante” chiude i giochi portandoci tutti intorno al fuoco a contemplare l’unico episodio rilassato dell’album. Un lavoro attraverso il quale Appino, Karim e Ufo non intendono ergersi a paladini o rappresentanti di una generazione, non intendono fornire risposte assolute al proprio pubblico, ma semplicemente constatare lo stato dell’ambiente circostante, osservato attraverso la propria prospettiva. Spesso descritto in prima persona, altre volte attraverso l’utilizzo o la creazione di personaggi in grado di riflettere la propria poetica, come nel caso di “Dalì”, non il celebre artista, bensì un dissidente destinato alla persecuzione.
Sono tempi difficili, e all’orizzonte non si scorgono spiragli rassicuranti, ma a volte una canzone può aiutare a migliorare la vita, o almeno illuminarla per una manciata di minuti.

(26/01/2014)

  • Tracklist
  1. Viva
  2. Postumia
  3. Canzone contro la natura
  4. Vai vai vai!
  5. Albero di tiglio
  6. L’anarchico e il generale
  7. Mi son ritrovato vivo
  8. Dalì
  9. No Way
  10. Sestri Levante
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