Dal vivacchiare per anni senza meta dormendo in un camper, al ritrovarsi nel giro di pochi mesi nella lista dei produttori
underground più gettonati del momento: la storia di Jordan Asher - in arte Boots - rappresenta in tutto e per tutto il sogno americano che premia chi lavora duro e non si arrende. E certamente Boots è uno che lavora sodo, pur presentandosi come un tipo nervoso, ossessivo e con un disperato bisogno di far udire la propria voce in un mondo in cui il rumore ha preso il sopravvento, ed è pertanto conscio che il tutto si gioca su un sottilissimo filo che lo separa dal baratro. Per anni ha collezionato su
hard disk qualcosa come 100mila
sample, catalogandoli tutti secondo una propria logica. Il risultato: deprimenti e biascicate liriche surrealiste montate su malaticci
collage di elettronica, rumori industriali e pulsanti ritmiche r&b e
trip-hop.
Tutto questo fino al momento della misteriosa svolta, della quale lui stesso rifiuta di offrire troppi particolari. La leggenda vuole che una sera, mentre lavorava al guardaroba di un locale, Boots abbia raccolto l'invito a prendere parte alle registrazioni del nuovo album di un'innominata popstar di fama internazionale, la quale è rimasta colpita da alcuni suoi demo (dopo averli reperiti... dove?). Sta di fatto che il contatto è un agente della Roc Nation di
Jay Z, e l'innominata popstar si rivelerà essere nientepopodimeno che
Beyoncé Knowles. Ok, si può anche non credere a questa storiella da Cenerentola, ma sull'apporto di Boots al notevolissimo "
Beyoncé" c'è poco da ridire, e ovviamente i plausi e le vendite milionarie che ne sono conseguite hanno finito col lanciare anche il suo nome nella blogosfera.
Dopo un simile exploit, Boots ha mantenuto un profilo basso, pubblicando prima il suggestivo
mixtape "WinterSpringSummerFall", che contava comunque la presenza di nomi noti sulla scena quali
Kelela e l'accoppiata Jeremih/Shlohmo, e poi la colonna sonora di un cortometraggio diretto da lui stesso, l'Ep "Motorcycle Jesus". Recentemente non si è lasciato scappare l'occasione di lavorare con
Run The Jewels e metter mano su "
M3LL155X" di una caldissima
FKA Twigs, e il tutto sembra far parte di un calcolato gran piano: le sue ultime collaborazioni, infatti, suonano come una propedeutica ad "AQUΛRIA", che è di gran lunga il lavoro più oscuro, claustrofobico e industriale al quale Boots abbia messo mano fin'ora.
L'apertura di "Brooklyn Gamma" fa sicuramente drizzare le orecchie, la
title track (ospite
Deradoorian) è una vischiosa
jam che cola dalle casse come pece nera. Più in là le oblique atmosfere
electro di "Earthquake" a tratti ricordano il suono di casa Brainfeeder (l'etichetta di
Flying Lotus), ma "Only" rimesta addirittura coi
Radiohead - quel combo piano/batteria sembra ispirarsi alla mai sopita "
Pyramid Song".
Da maestro di studio, Boots pone un'ossessiva cura sul suono, utilizzando tutte le risorse di cui dispone per creare un magma appiccicoso e imprimerci la propria orma, ma la scrittura dei pezzi e soprattutto l'interpretazione vocale, sempre al limite tra il parlato e un lamentevole cantato, non sempre riesce a staccarsi dal suolo. Annichilito e vagamente estraneo al contatto umano, "AQUΛRIA" è anche un ascolto pesante e indolente; pezzi come "Oraclies" e "Bombs Away" palleggiano attraverso un turbinio di ossessivi
sample industriali che fanno quasi tornare alla mente "
Third" dei
Portishead, ma il contributo emotivo rimane sopito. "I Run Roulette" e "Dead Come Running" si aggrovigliano su ritmiche claustrofobiche e un abbondante uso del vocoder in
lo-fi. E' quasi un sollievo insomma arrivare al finale per rilassare le orecchie sulle gassose chitarre di "Still".
Se il collega
The Weeknd ha dimostrato di possedere voce e personalità per poter fare il salto dalla
console al microfono, Boots sembra mantenere ancora la personalità del defilato
beatmaker, pur eccellente in quanto tale. "AQUΛRIA" infatti suona meglio come
palette produttiva che come album di per sé, una sorta di bignamino sonoro che, se propriamente utilizzato come nel caso del disco della Sig.ra Carter, può dare risultati eccitanti. Ma quando non supportato dalla giusta controparte umana, il tutto ha la tendenza a scadere in un vortice di testi sconclusionati e anemici lamenti che alla lunga risultano monotoni, e sono messi particolarmente a nudo proprio dalla scrittura di Boots, che compone pur sempre canzoni nel senso tradizionale del termine e non può quindi nascondersi dietro lo specchio del più arbitrario campo dell'astrattismo e dell'
avantgarde.
Comunque sia, Boots mantiene un suono e un'estetica sua personale che lo distinguono dalla massa, e se non proprio per bocca sua c'è da sperare che i servigi al mondo della musica non finiscano qua.