Downtown Boys

Cost Of Living

2017 (Sub Pop) | combat-punk, post-hardcore

Dichiararsi oggi contro l’egemonia capitalistica bianca potrebbe apparire un’argomentazione desueta, fuori dal tempo, ma la congiuntura socio-politica statunitense riesce a dar linfa vitale alle liriche dei Downtown Boys, che invocano con forza richieste d’aiuto per tutte le persone vulnerabili.
Il terzo disco della formazione di Providence (il primo marchiato a fuoco da Sub Pop) è profondamente attivista, costringe a pensare, suggerisce riflessioni, accende micce pronte a deflagrare, semina spunti dai quali ognuno potrà trarre le proprie personali conclusioni, e fa tutto questo sperando che un disco oggi possa avere ancora la forza di amplificare un messaggio.

A due anni dall’eloquente “Full Communism”, Victoria Ruiz e compagnia tornano a gridare il proprio disappunto come in un novello centro sociale, e in cuor loro staranno ringraziando Donald Trump per la fonte inesauribile di spunti che riesce a fornire.
“Cost Of Living” è guerriglia radioattiva, è una chiamata alle armi contro le iniquità, è la ricerca di un conflitto vigoroso contro ogni forma di sfruttamento, è una raccolta di strofe a difesa della working class e di tutte le minoranze, è un megafono attraverso il quale diffondere il grido disperato di una generazione che non vuole restare inerme davanti all’azione neo-colonizzatrice dell’America post-Obama.

Ma se non avete troppa voglia di angosciarvi con queste nuove storie su depressi, diseredati e disuguaglianze, potrete soffermarvi sul mero aspetto musicale, assolutamente non secondario, rafforzato dalla presenza dietro al banco di regia di un certo Guy Picciotto, sì, proprio quello dei Fugazi. Arruolato nel clan per indirizzare la band verso un sound pieno e tagliente, grazie al proprio contributo evita il processo di addolcimento che l’utilizzo di uno studio di registrazione professionale avrebbe potuto provocare.

E l’unione ha funzionato alla perfezione: il combat-punk dei Downtown Boys, abbellito da groove e linee di sassofono, resta un pugno allo stomaco del sistema, sottolineando in maniera cruda e selvaggia il senso di minaccia che affligge la comunità latina negli Stati Uniti, raccontato con la ferma consapevolezza di chi pretende che nessun ostacolo possa essere essere mai considerato insormontabile. Neppure quello che intitola l’iniziale “A Wall”, iconico proclama contro tutti i muri del mondo, non soltanto quelli che Trump vorrebbe innalzare lungo i confini con il Messico, ma anche quelli che isolano le persone, anche nel bel mezzo dell’era dei social.

L’approccio multiculturale, interrazziale e cosmopolita del combo del Rhode Island si estrinseca nella fusione di lingue e generi: l’anima latina (“Somos Chulas”) e le digressioni chitarristiche (“Because You”) dei Pixies si miscelano con i Sonic Youth di “Violent Complicity” e la wave che affiora fra i synth di “Lips That Bite” richiamando i Wire, unendo la forza del post-hardcore con la melodia di un r&b raffinato da screziature jazzy.
Tutto aggressivamente anni 90, ma tutto così radicalmente contemporaneo, contribuendo ad attualizzare la protest-song che fu tanto di Dylan quanto dei Rage Against The Machine e (per fare un esempio coevo) di Kendrick Lamar
Se Trump dovesse restare saldo al comando, gli spunti per altri dischi non mancheranno: una canzone non riuscirà mai a cambiare il mondo, ma si imbarcherà sempre nel non facile compito di scuotere le coscienze.

(10/08/2017)

  • Tracklist
  1. A Wall
  2. I’m Enough (I Want More)
  3. Somos chulas (no somos pendejas)
  4. Promissory Note
  5. Because You
  6. Violent Complicity
  7. It Can’t Wait
  8. Tonta
  9. Heroes (Interlude)
  10. Lips That Bite
  11. Clara Rancia
  12. Bulletproof (Outro)
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