Possiede un tiro che non forse The Ocean Party non aveva mai conosciuto, “Beauty Point”, il sesto disco in sei anni per la band di Melbourne. Nodosi uptempo wave, pregni di una nostalgia crepuscolare, animano questa festa segreta, magari deserta, in quel senso decadente che da sempre contraddistingue gli australiani – band di spiccata intelligenza, ma ancora non in grado di imprimere un vero colpo di coda alla propria musica, e alla propria carriera.
Il carattere melodico del disco è di una conversazione origliata, di cui si distinguono gli accenti, ma mai il senso di fondo: così appaiono le coloriture violacee, tra Grizzly Bear e Ducktails, di “Concrete”; il ritornello e l’arrangiamento liquido di “Quiet Life” sembrano provenire da un’altra stanza, dove altre persone, magari fantasmi, ballano e si divertono; “Quality Control”, col suo fare dinoccolato alla Real Estate, pare accompagnare il ballo di inservienti e spazzoloni che liberano il dancefloor dei bicchieri e dei cocktail versati. Come spiega la bella intro con la ballata pianistica Wilson-iana “The Great Divide”, tanto vale iniziare la festa come finisce.
Insomma, un altro disco in cui l’immaginario generale è di grande fascino estetico, ma finisce per affogare i brani, mai realmente interessanti, mai in grado di convincere che siano loro il punto, i veri protagonisti – come invece dovrebbero essere.
25/10/2017