Con alle spalle un piccolo capolavoro di noise-rock-blues dai contorni psichedelici (“Feathers”), i Dead Meadow rappresentano una delle migliori espressioni dello stoner-rock, una delle poche band che, nel corso delle continue variazioni di stile e di formazione, è stata capace di rispolverare Mc5, Blue Cheer e Black Sabbath senza mai irritare i puristi. “The Nothing They Need” giunge dopo cinque anni di silenzio discografico, celebrando i vent’anni di carriera e chiamando in causa tutti i musicisti che hanno fatto parte in passato della formazione. Oltre ai due veterani, Jason Simon (chitarra) e Steve Kille (basso), sono presenti tutti e tre i batteristi avvicendatisi durante questi lunghi anni, da Juan Londono (attuale membro fisso del trio) a Stephen McCarthy, per poi finire a Mark Laughlin, batterista protagonista dei primi tre album e quindi riapparso nel disco del 2013 “Warble Womb”; non poteva ovviamente mancare Cory Shane, secondo chitarrista nell’album “Feathers” del 2004.
Il risultato è senz’altro stimolante e piacevolmente familiare. Le otto tracce scorrono senza alcun cedimento di tensione e con una perfetta tenuta strumentale, conciliando tutte le anime della band, sia quella più stoner che quella lievemente folk-psych. Pur essendo l’album più coeso della loro carriera, “The Nothing They Need” è anche uno dei meno fantasiosi, a furia d’inseguire le divagazioni live dei Grateful Dead, i Dead Meadow sembrano catturati dalla stessa indolenza della scena di San Francisco, cedendo parte del loro appeal alle tentazioni formali ed estetiche del rock psichedelico, accantonando l’attitudine più sperimentale e perversa.
Nulla di grave, per fortuna, i Dead Meadow restano abili intrattenitori e perfetti padroni di casa: le agili trame di basso e l’incalzante mood ipnotico di “Keep Your Head”, i riff trascinanti e fieri di “Nobody Home” e quelli più roventi e svogliati di “This Shaky Hand Is Not Mine” promettono faville nella loro versione live.
Affascinati dalle sonorità più malsane e blues di “I’m So Glad” (che non sfigurerebbe in un disco dei Jon Spencer Blues Explosion) e dalla visionaria e imprevedibile evoluzione dell’eccellente strumentale “Rest Natural” (che abbozza perfino contaminazioni jazz), diventa poi più facile perdonare la non del tutto riuscita concessione al pop-rock di “Here With The Hawk” (con un riff che sembra rubato a “Beat It”) e le tonalità più tenere di “Unsettled Dust”.
Con “The Nothing They Need”, i Dead Meadow mettono a punto una macchina da guerra ben rodata e con almeno due o tre spunti notevoli. Probabilmente questo album verrà ricordato più per l’indole celebrativa, ma il rifugiarsi tra queste lande sonore familiari è un’esperienza in ogni caso gratificante.
05/04/2018