Being aliveMatters quite a bit
Even when you
Feel like shit
Being alive
(da “Being Alive”)
Inutile girarci troppo intorno: Greta Kline ci ha fregati ancora. Pensavamo di aver imparato a diffidare del suo zuccheroso indie-pop da cameretta, dell’urgenza di mini-canzoni che in una manciata di secondi arrivavano dritte al punto, del suo songwriting a metà tra introspezione impegnata e scazzo calcolato. Invece siamo qui a salutare con curiosità l’arrivo di “Vessel”, terza prova su disco a firma Frankie Cosmos, la prima con Sub Pop. Se ancora non la conoscete, Greta Kline è una ventiquattrenne americana dai capelli corti e dal cognome pesante, la chitarra elettrica perennemente sotto braccio e un talento fuori dal comune.
Dopo una serie interminabile di release su Bandcamp (la pagina Wikipedia parla chiaro, l’elenco è davvero lungo), la sua parabola artistica la porta a confezionare i suoi quadretti anti-folk in due album, “Zentropy” e “Next Thing”, che delineano piuttosto bene il manifesto della poetica di Frankie Cosmos. E che “Vessel” nei suoi quaranta minuti scarsi non fa che confermare. Un album primaverile, agrodolce e costellato di piccoli appunti chitarristici che superano raramente i due minuti, un’attitudine obliqua che si rifà tanto al mood asciutto e da outsider di Daniel Johnston quanto al feminine touch a stelle e strisce di Courtney Barnett. Canzoni dall’incedere vagamente cinematografico, perfette colonne sonore per primi amori più o meno corrisposti, per ogni adolescenza che, per citare tre nostri allegri amici, “coincide con la guerra”.
Va detto che, rispetto al recente passato, non si registrano grosse novità di stile o di forma. Ci sono momenti tirati e ai confini del garage (“Cafeteria” e gli adorabili saliscendi elettrici di “Being Alive”), non mancano bozzetti sunshine-pop che più pop non si può (l’incedere in punta di chitarra di “Ballad of R & J”, i dolci coretti sixties di una “Duet” che attinge a piene mani dal canzoniere dei Best Coast). Molto più spesso le escursioni di Greta si risolvono in riflessioni a tratti dolorose e malinconiche su sé stessa e sul mondo che ha intorno, come in “Jesse” (“I like to be a shadow in a shadow/ more deep when visible than invisible”) o in “Same Thing” (“Nothing is deserved/ nothing is earned/ like the pillow’s cold side”).
Ad ogni modo, al di là dei singoli episodi, ciò che accomuna i diciotto brani di “Vessel” sono essenzialmente due cose: la voce della Kline, a tratti angelica, un po’ naïve ma mai davvero fragile, e il senso di libertà disimpegnato del miglior indie-pop battente bandiera DIY. Nulla di nuovo all’orizzonte ma, visto il livello qualitativo ben sopra la media dei diretti competitor, per adesso può anche bastare così.
Non ci è dato sapere cosa riserverà il futuro alla giovane Greta: di sicuro la ragazza ha stoffa e, ammesso che abbia il coraggio di osare di più nei prossimi anni, non potrà che migliorarsi. Più che promossa.
13/04/2018