Monofonic Orchestra

Post Human Folk Music

2018 (Splitte New/Goodfellas) | elettronica

Il milanese Maurizio Marsico è tra musicisti più estroversi, ondivaghi e prolifici della scena italiana. Da sempre affascinato dalle sonorità artificiali, dall’interazione tra uomo e macchina, Marsico è un esempio emblematico di quei musicisti che - pur nati in ambiente accademico - si confrontano con la modernità e la tecnologia, essendo stato capace nella sua carriera di spaziare dalla sperimentazione austera all’italodisco tipicamente anni 80, dalle collaborazioni con la Rai nel programma di Serena Dandini “Obladi Oblada”, dall’elettronica cosmica. In tutto una quarantina di album spesso introvabili, con pseudonimi vari che mostrano quasi una volontà di mimetizzarsi nello sconfinato mercato discografico contemporaneo.

Dopo il revival anni 80 di “The Sunny Side Of The Dark Side” e la collaborazione col maestro dei synth Riccardo Sinigaglia in “Nature spontanee”, Marsico fa rivivere la sua più prolifica creatura - la Monofonic Orchestra - col nuovo “Post Human Folk Music”, altro coraggioso esperimento elettronico di soli tre brani dominati dalla monumentale “Sticky Metal Tiles”, di ben 45 minuti. Folk post-umano, in quanto (quasi) privo di elementi acustici, definito da Marsico come “visioni di suoni e note oltre le realtà distopiche”, con citazioni di Ballard (“anche la peggior fantascienza è meglio della miglior narrativa contemporanea”), che sottolinea quanto l’arte sia per sua natura astrazione, allontanamento dalla realtà, quindi artificiale. Artificiale diventa persino l’uomo stesso, in quanto arricchito continuamente da protesi “emozionali” o interattive che vengono non viste in senso de-evolutivo come nel caso dei Residents, bensì iper-evolutivo, come un arricchimento e ampliamento dell’esperienza umana (“Basta demonizzare gli iperconnessi allo smartphone, facciamocene una ragione, sono nuovi esseri umani estesi tecnologicamente”).

I quarantacinque minuti di “Sticky Metal Tiles” sono un colossale zibaldone di suoni e influenze, un calderone all’interno del quale si può passare rapidamente da pulsazioni elettroniche a momenti tra il bucolico e il cameristico. L’inizio è assolutamente post-umano, dal ritmo ossessivo alle voci robotiche; un lungo divagare di beat elettronico che dopo sette minuti si perde in un inatteso clarinetto con cinguettii di uccelli; in un certo senso sembra di passare dai Kraftwerk ai Giardini dei faraoni dei Popol Vuh. Al nono minuto arriva un ritmo di basso quasi post-punk, con accordi di chitarra rapidi che rimandano a una sorta di supergruppo formato da Can con Florian Fricke al flauto. Al sedicesimo minuto fa da intermezzo un assolo di piano elettrico con rumori acquatici new age; al ventesimo, giunge un nuovo ritmo frenetico post-umano, con brevi note di chitarre acide, quasi fosse una psichedelia per robot assetati di Lsd con successivi connotati funk.

Nuovi ritmi techno al venticinquesimo minuto con aggiunta di tromba; dal minuto ventotto si entra in scenari totalmente cosmici, che sembrano omaggiare tante delle colonne sonore del cinema di fantascienza classico. Improvvisamente dal minuto trentadue - come in un viaggio nel tempo - si passa rapidamente dalla fantascienza all'atmosfera fumosa di un noir in bianco e nero, con un nostalgico piano jazz. Ma è solo una breve parentesi che, dal minuto trentacinque, porta al momento più propriamente post-umano, forse persino post-apocalittico, nel senso di un uomo che ormai è quasi solo robot; basso e batteria (piatti hi-hat) introducono a scenari desolanti, con venti elettronici (radioattivi?) che si aprono nel lungo finale di circa dieci minuti con ritmi beatbox, cinguettii, manipolazioni e affascinanti ricerche timbriche con il synth.

Le restanti tracce citano il maestro del minimalismo Terry Riley e il suo capolavoro “A Rainbow In A Curved Air”; “An Eyebrow In Cursed Fair” e “Another Eyebrow In Cursed Fair” sono due ironiche rivisitazioni di Riley, di un nuovo misticismo creato da macchine. Se non è semplice riconoscere l’originale, si capisce l’intuizione di Marsico; l’aspetto mistico e orientale - che tanto ruolo aveva avuto in Riley - può essere anche perno centrale dell’uomo “nuovo”, quello sempre più in rapporto simbiotico con la tecnologia. Che questo sia un auspicio o una minaccia non saremo noi a scoprirlo.

(22/03/2018)



  • Tracklist
  1. Sticky Metal Tiles
  2. An Eyebrow In Cursed Fair
  3. Another Eyebrow In Cursed Fair


Maurizio Marsico su OndaRock
Recensioni

MAURIZIO MARSICO

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