Ustmamò

Il giardino che non vedi

2018 (Gutenberg/Primigenia) | folk-rock, americana, desert-rock

Dopo lo spiazzante ritorno nel 2015 con "Duty Free Rockets", erano stati in molti a chiedersi il senso del nuovo corso degli Üstmamò. Bastava la prima traccia per capire di trovarsi di fronte a un vero e proprio cambio di paradigma, che non lasciava spazio a possibili trait d'union con il passato: via la voce di Mara, via l'estetica punk-folk degli esordi e quella electro-pop tardi anni Novanta, via anche il conforto del testo in italiano. Al loro posto, una disorientante manciata di morbide guitar song intrise di sonorità roots, gomito a gomito con J.J.Cale e Carl Perkins. In quel preciso momento, gli Üstmamò chiudevano l'album dei ricordi dell'alternative rock italiano ed entravano, non senza coraggio, in una terza fase (guidata dal chitarrista e fondatore Luca A. Rossi) nella quale l'amore per le radici tornava a essere un tema portante, perfettamente in linea con il "qui e ora" dei componenti della band (nel dialetto dell'appennino reggiano, üstmamò significa "proprio adesso").

Il nuovo "Il Giardino che non vedi" è a tutti gli effetti il compimento di questo ritorno a casa, più facile da comprendere se si considera anche quello di Giovanni Lindo Ferretti, che degli Üstmamò è stato imprescindibile pigmalione. Al di là dell'amicizia di lunga data, in grado di resistere alle rispettive vicende personali, solo una cosa poteva infatti agevolare Ferretti nella decisione di riportare in tour (proprio con l'aiuto di Luca A. Rossi e Ezio Bonicelli) il repertorio storico CCCP/CSI/PGR e convincere gli Üst a rispolverare il marchio di fabbrica dopo anni di silenzio: il legame con la terra d'origine. Tra le montagne di quel lembo di valle che ospita le sorgenti del fiume Secchia, gli Üstmamò (così come Ferretti) sono cresciuti imparando i canti della tradizione e il lento incedere dei ritmi della natura, due baluardi contro l'estenuante immediatezza dei tempi moderni; logico (e necessario) rimettere quindi al centro quei luoghi, sia in senso salvifico che come espressione di riconoscenza, e farne il punto di ripartenza dell'attuale sentire. Da questo punto di vista, è già il titolo a dare indicazioni: il giardino che non vedi è una metafora che può indicare tanto un frutto maturato in segreto quanto il prendere atto di non sapere più scorgere la realtà delle cose, ma per Luca Rossi è anche il modo di descrivere quello che c'è fuori dalla finestra di casa sua.

Rispetto al precedente episodio, si torna all'uso della lingua italiana (da Rossi temporaneamente abbandonata per scarsa resa rispetto alle musiche), grazie anche all'aiuto di un corollario di collaboratori che vanno da Marco Menardi dei Wolfango (altra creatura messa sotto contratto negli anni novanta da "I dischi del mulo" di Ferretti/Zamboni) allo scrittore modenese Sandro Campani, alla primissima cantante degli Üstmamò, Silvia Barbantini, qui in veste di autrice.
L'impostazione resta ancora fortemente legata alle chitarre di Rossi (sospese tra riverberi che già da soli dipingono prati e vallate), ma dimostra di saper assorbire in maniera più organica il passato e il presente della band, come nelle sfumature elettroniche di "Una volta era meglio" e del primo singolo "La luna alla TV", che riportano in punta di piedi un po' di brezza del periodo vissuto in classifica.

Nei nuovi Üstmamò hanno valore soprattutto le cose semplici e consolidate; la già citata "La luna alla TV" omaggia il recentemente scomparso Ageo Valdesalici, citando ricordi ("Che bella la tua idea/ stasera vinci tu/ la luna sembra vera/ vista dalla TV") e riferimenti musicali condivisi in anni di amicizia e collaborazione ("David si siederà/ proprio di fianco a Lou/ e Iggy un po' più in là/ e qui ti siedi tu"); "Siamo di qua" sottolinea la ricchezza di fare parte di una piccola comunità lontana dal rumore del mondo ("e il vento, che toglie il respiro/ respinge le parole che hai nella gola/ di dove siete? siamo di qua/ per nostra fortuna, siamo di qua"), mentre "Vieni avvicinati" ricorda che in quello stesso patrimonio trova spazio la durezza della natura ("Questo è il giardino, lo vedi/ di noci, di querce ferite/ foglie marcite ai tuoi piedi/ aceri senza la vite"). A tratti, il Secchia si traveste da Mississippi ("Sono andato nel campo", "Piccola nave") e i territori nei quali scorre diventano lo sfondo ideale per  lampi di Americana/desert-rock in stile Calexico ("E sai cosa c'è") e U2 del periodo "The Joshua tree" ("Il buio sospeso").

"Il giardino che non vedi" (nato grazie anche a una campagna di crowdfunding su Musicraiser) è un onesto e riuscito affresco di quello che sono gli Üstmamò proprio adesso, apprezzabile quanto più si sceglie di evitare il confronto con il periodo Redeghieri, dal momento che anche nei testi non sembra più esserci spazio per la stessa descrizione del mondo. Prendendo atto che le nuove coordinate rappresentano la conferma di un piccolo tradimento iniziato con "Duty Free Rockets", diventa più facile vedere in questo giardino anche un modo per declinare al presente la volontà della band di restare fedele alla sua provenienza geografica e, contemporaneamente, avulsa da quanto ci si aspetta da lei. Una scelta insidiosa, non priva di personalità, ma tutto sommato nemmeno troppo distante da quell'ideale di ribelli della montagna omaggiato da Luca A. Rossi, Ezio Bonicelli e Simone Filippi più di vent'anni fa.

(09/10/2018)

  • Tracklist
  1. E sai cosa c'è
  2. Siamo di qua
  3. Luce mai riposa
  4. La luna alla tv
  5. È come una giostra
  6. Una volta era meglio
  7. Ali vive libero
  8. Sono andato nel campo
  9. Vieni avvicinati
  10. Il buio sospeso
  11. Piccola nave


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