Quando all’età di 17 anni Ava Max, classe 1994, si è trasferita a Los Angeles per sfondare come popstar, era già al secondo tentativo. Figlia di immigrati albanesi di stanza prima in Wisconsin e poi in Virginia, Ava ha frequentato corsi di canto prima ancora che un liceo. Poco dopo l’inizio delle superiori, ha iniziato la classica, terribile trafila di provini e audizioni alla quale prendono parte in migliaia, ma ne escono vincitrici, nel migliore dei casi, un paio.
La sua fortuna è cominciata quando, dopo un discreto curriculum di rifiuti, si è accorta di lei Cirkut, non proprio un produttore qualunque, bensì un signore già al lavoro con stelle di prima grandezza quali Miley Cyrus e Katy Perry. Proprio con Cirkut la Max ha registrato il suo primo successo, “Anyone But You”, che le è poi valso un contratto con la gigantesca Atlantic. Di lì in poi è stata una cavalcata di singoli di successo, scortata da re mida pop del calibro di David Guetta, fino all'esordio in pompa magna in questo “Heaven & Hell”, anticipato da ben 5 singoli che le sono valsi diversi posizionamenti importanti, tra cui un primo posto in classifica in Svezia.
Quello che differenzia la musica di Ava Max da molte delle popstar contemporanee, e che ce la fa accogliere tra un misto di diffidenza e nostalgia, è la sua totale immersione in una bolla dance-pop fuori dall’oggi, che posiziona idealmente i suoi parti da classifica nei primi anni del millennio. E’ difatti lei stessa a dichiarare ispirazioni che vanno dalla Spears alla Aguilera a Lady Gaga. Quest’ultima è probabilmente la più saccheggiata, con alcuni momenti che fanno davvero pensare a lei come una Stefani Joanne Angelina Germanotta apocrifa (il formidabile attacco di “King & Queens”, così come l’irresistibile “Sweet But Psycho” che fa il verso a “Paparazzi”).
A volte si va addirittura più indietro col tempo. “Salt” è un numero dance-pop che spiega la passione tutta svedese per la Nostra, mentre “Kings & Queens” sfoggia una chitarra Aor che fa il pari con le turbinanti tastiere midi e il vocoder di “Born To The Night”.
Il problema (tutto dei critici) e insieme la delizia di un’operazione del genere risiedono nella generale bontà dei pezzi, alcuni dotati di ritornelli e di un piglio dance che davvero non sfigurerebbero in una playlist pop anni Zero, e che ci portano a perdonare sia i furti perpetrati qua e la che l’assoluta estraneità di questo disco ai nostri giorni.
La tentazione di abbassare il voto di mezzo punto a causa della terrificante copertina è stata forte, ma non abbiamo ceduto.
12/10/2020