Califone

Echo Mine

2020 (Jealous Butcher) | abstract roots

Maybe everyone involved in this project is an abstract painter

Ecco, partiamo da questa frase. Si badi bene: astratto sta per afigurativo, non anti-figurativo. Una rappresentazione destrutturante non basta a negare la forma del soggetto in posa davanti al cavalletto. Dubbi sul fatto che la tradizione musicale Usa sia concreta come una botte di bourbon, e che i Califone siano pittori astratti? Bene, procediamo.

Teniamo come punti fermi l'inizio e la fine, intendendo il titolo e l'ultimo brano dell'album. Una prima considerazione è d'obbligo: bisogna poterselo permettere di mettere un pezzo come "Snow Angel" in fondo alla scaletta, nonché di spoilerarlo poco prima con una subdola versione unplugged. Quanto diamine è bella quella canzone? Un autore più furbo e meno dotato l'avrebbe senza esitazioni sganciata in apertura, ma Tim Rutili è troppo dotato per giocare a fare il furbo.
Cos'hanno in comune questo "angelo di neve" e l'eco riverberato dall'intestazione? Il primo è una matita che cancella il suo stesso tratto, comunque destinato alla dissoluzione per opera della gomma solare; il secondo è un fenomeno acustico che, rimbalzando su una o più superfici, si degrada fino a scomparire, come c'hanno insegnato Arthur Russell prima e William Basinski poi.
Figure sbiadite, che non lasciano tracce durature ma, nell'istante in cui si manifestano, possono togliere il fiato. Se ci si pensa, è un po' il programma dell'intera dottrina-Califone: frammenti di vite precedenti, moncherini di statue un tempo animate, moscerini spalmati sul vetro di un'auto in corsa. Gli ultimi fumi dalle macerie di un impero, aggrappati al presente come vernice su una tela: da questo punto di vista, la musica di Rutili & C. è un atto al contempo lirico e resistenziale, un diario di trincea di cui "Echo Mine" costituisce una nuova, ermetica pagina.

La differenza, stavolta, è il rigore geometrico della messa in scena, disposta come una fuga jazzistica: le canzoni vere e proprie sono le fette di pane alle estremità, gli esperimenti la farcitura nel mezzo. L'incipit dice già tutto sul mood che ci attende, perché non ci vuole un sensitivo per capire che "Romans" vada letto come "romance" e, a mali estremi, l'invito del ritornello spazza via ogni dubbio residuo: "Kill the algorithm". Nella traversata del deserto che porta fino all'angelo di neve (pur sapendo che, all'arrivo, si sarà già sciolto!) troveremo le prede abituali del loro carniere, e molto altro: rasoiate di slide, saturazioni younghiane, krauti sott'aceto, oscillatori, filtri, rumore. Mostruosità alchemiche, esposte in un museo o miscelate nelle provette di qualche scantinato clandestino.
Poi ci sarebbe il balletto di Robyn Mineko Williams di cui questi dieci bozzetti costituiscono il commento, ma non lo voglio vedere: preferisco fantasticarli, quei passi di danza, magari mimandoli in prima persona. Sono loro stessi a suggerirmelo, d'altronde: "When you're feeling down and you feel yourself slipping/ You have to access that inner actress in you".

Il punto non è che "Echo Mine" rappresenti chissà quale passo avanti nel loro ormai ultraventennale percorso: il punto è che è l'ennesimo disco inclassificabile di una band preziosa come le acque del lago Michigan. Niente male, per un Frankenstein rattoppato. Ma forse siamo volati troppo oltre, torniamo a terra con qualche domanda retorica di terz'ordine: è meglio emozionare o sperimentare? "Tradizione" o "innovazione"? Meglio essere Tim Rutili, sempre e comunque. Provateci, se vi riesce.

(27/02/2020)



  • Tracklist
  1. Romans
  2. Bandicoot
  3. Night Gallery / Projector
  4. Howard St & The Beach Nov 1988 After 11
  5. Flawed Gtr
  6. Echo Mine
  7. Carlton Says: Find It. It's Still There
  8. Snow Angel V1
  9. By The Time The Starlight Reaches Our Eyes
  10. Snow Angel V2


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