Code Orange

Underneath

2020 (Roadrunner) | metalcore, industrial-metal, alt-metal

Nati a Pittsburgh nel 2008 come una band hardcore-punk, si chiamavano Code Orange Kids e nel tempo hanno virato verso il metalcore. Se "I Am King" ('14) sfuma i confini fra post-grunge, metalcore e hardcore-punk, "Forever" (2017) porta la formazione alla piena maturazione con iniezioni noise e industrial, cristallizzando l'amalgama in brani camaleontici e schizofrenici, che non disdegnano anche chiari richiami post-grunge.

Promosso tramite un concerto live-streaming su Twitch, “Underneath” cerca di superare la formula di “Forever”, unendo metalcore e post-grunge con la distopia meccanico-tecnologica dei Fear Factory e dei primi Strapping Young Lad, attraverso un sound che riesce a farsi brutale e mainstream, a tratti decisamente ruffiano e altrove febbrilmente caotico e futuristico. C’è anche qualcosa dell’estetica glitch, letta attraverso il metal come fece The Algorithm in “Polymorphic Code” (2012), oltre a eccessi cacofonici e tormentate esplorazioni emotive da Nine Inch Nails.
Fondamentale la coppia vocale formata da Eric Balderose (anche tastiere) e Reba Meyers (anche chitarre), che rende più agile la transizione fra gli estremi stilistici, come fu per i System Of A Down, soprattutto nella fase “Mezmerize”/”Hypnotize”. Proprio il mondo alt-metal di fine millennio, d’altronde, rappresenta un possibile confronto per lo stile tentacolare proposto dalla formazione: non può essere un caso che, fra gli ammiratori, ci sia un certo Corey Taylor, e non stupirebbe leggere dell’interesse di un Robert Conrad "Robb" Flynn o di un Camillo Wong Moreno.

Inquadrato lo stile, parliamo dei brani. Il jump-scare di “(deeperthanbefore)” introduce “Swallowing The Rabbit Whole”, tormentato labirinto industrial-metal con scorie hardcore-punk e dettagli digitali a ravvivare un’anima metalcore. “In Fear” sceglie spettacolari manipolazioni elettroniche per modellare il suo assalto sonoro, senza lesinare momenti di feroce violenza sonora, proseguiti anche in “You And You Alone”.
Si cambia registro con “Who I Am”, un post-grunge misto alt-metal digitalizzato o dei Linkin Park in crisi psicotica. “Cold.Metal.Place” trita i timpani per un paio di minuti, poi si scompone in glitch mostruosi e una pausa di tensione angosciante. “Sulfur Surrounding” indovina un incrocio fra potente e orecchiabile che ha pochi eguali fra i contemporanei, solo in parte replicato in “A Sliver” e “Underneath”. “The Easy Way” unisce pop-metal e elettronica brutale.

A compensare le uscite più accomodanti arrivano “Erasure Scan”, con spettacolari esercizi ritmici e melmosi midtempo, e “Last Ones Left”, con un rallentamento epico nel finale. L’apice schizofrenico lo raggiunge “Back Inside The Glass”, un mostro dalle molteplici anime in costante lotta intestina.
Il limite dell'album è quella mancanza di direzione che si respirava nei lavori di molte band fra i due millenni, con l'eclettismo che sconfina nella confusione: un’indecisione giustificata all’epoca, oggi meno comprensibile. Troppe idee e fin troppi spunti, quindi, oltre a molte citazioni del passato. Rimane comunque uno dei più interessanti, per quanto tardivi, lavori fra mainstream e alt-metal degli ultimi anni. Ampio consenso della critica internazionale, inusuale per questo genere di opere.

(14/05/2020)



  • Tracklist
  1. "(deeperthanbefore)"
  2. "Swallowing the Rabbit Whole"
  3. "In Fear"
  4. "You and You Alone"
  5. "Who I Am"
  6. "Cold.Metal.Place"
  7. "Sulfur Surrounding"
  8. "The Easy Way"
  9. "Erasure Scan"
  10. "Last Ones Left"
  11. "Autumn and Carbine"
  12. "Back Inside the Glass"
  13. "A Sliver"
  14. "Underneath"


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