Gli occhi azzurri, dipinti sulla copertina del poema, ora sono reali, e smarriti di fronte allo sconcio umano perpetrato nei confronti del mondo, e quindi di se stessi. Donne malmenate, crimini in ogni dove, la disintegrazione progressiva della natura, e la sua vendetta, prossima ventura, imminente, la lungimiranza abiurata in ogni sua forma, rivoluzioni politiche agognate e allo stesso tempo spaventose. Una medicina necessaria, ma dal gusto dolcissimo, come uno sciroppo sempre desiderato e quasi mai avuto. Ma esiste: sentite come racconta dello sfascio capitalista di “4 American Dollars”, con ritmo proto-disco, come una Tina Charles ospite d’onore di una crociera Love Boat e controcanti soul, e quel quattro corde che pulsa groove e crescendo finale alla Jackson 5, siamo sulla stessa barca, e sta affondando.
Meghan stavolta ha accentuato la componente black, ha riesumato gli antichi abiti da sera delle Supremes e delle Ronettes, li ha spolverati e poi ha provato abbinamenti che, in altri momenti, ambiti, storie, avrebbero potuto creare stupore, quello vicino alla repulsione, ma la nostra eroina è baciata dal gusto sopraffino e quindi il classico gioco cassa-charleston sixties soul trova una spinta cruciale e determinante da parte di una sequenza synth eighties, che poi si trasforma in rumore assordante: succede in “State House”, minuscola nenia che scopre un altro glorioso omaggio, accarezzato e rimesso in moto come se fosse una recente invenzione, il “Gonna Take A Miracle” di Laura Nyro con l’appoggio incondizionato delle Labelle, un vero miracolo che si ripete in ogni dove, nell’incalzante “Born To Lose”, per esempio, tra rincorse e rallentamenti, momenti d’ira vibrati alla Kate Bush, un vibrafono che fa capolino, all’improvviso, a cambiare le luci in scena; nell’aria latina di “And Yet It Moves/Y Se Mueve” che rifugge ogni sospetto di kitsch, sinuosa e stordente, come il riff di tastiera che la taglia in mezzo, inquieto, brusco e perfetto, ovviamente; o ancora, in “Overtime”, reiterato tra i vocalizzi stratificati e corroborati da una spettacolare solo di sassofono di Jack Clemons, il nipote di Clarence, ennesimo tassello dell’enciclopedia pop rock americana e universale, che entra con una naturalezza degna di ben altra esperienza.
E la dichiarazione di “IOU”? Un concedersi totalmente, in un accorato spartito pianistico, e il talento melodico di Meghan che costruisce ponticelli armonici che rendono semplici anche i tragitti più sdrucciolevoli. Canzoni che sembrano canti di guerra, propiziatori come in “Denise, Don’t Wait”, tra la durezza della diretta e il romanticismo del ricordo, e ossessivi tribali come “Red Ford Radio”. Un quadro che diventa stordente, abbagliante, come la carrozzeria di una Corvette, in “The Quiver To The Bomb”, il sogno del Duca, in formato berlinese, di scrivere per il Boss, con una produzione alla Rick Ocasek.
Sarà interessante osservare i nostri ordini sociali guastarsi, quando non potremo più prestare attenzione a loro perché troppo impegnati a cercare di sopravvivere. Come bianca occidentale, non sono mai stata in una zona di guerra. Quindi vedremo com’è.
(Meghan Remy, febbraio 2020)
30/03/2020