Genghis Tron

Dream Weapon

2021 (Relapse) | space-rock, progressive rock, stoner metal

Per chi li avesse abbandonati al 2008 del loro precedente album “Board Up The House”, il ritorno dei newyorkesi Genghis Tron potrebbe suonare alquanto sorprendente. Non tanto per il fatto in sé - una sana rimpatriata non se la nega nessuno - ma per il mutamento registrato dal sound della band, passato da un incompromissorio ibrido di metalcore e cybergrind a… l’ennesimo revival settantiano?

Sì e no. Che la formazione abbia deciso, complici il tempo trascorso e la sostituzione di alcuni membri storici, di lasciare da parte la brutalità degli esordi è palese, come è del tutto evidente il recupero di alcune sonorità tipiche dei Seventies tardo-psichedelici e della loro coda lunga più elettronica e spaziale. Per farla semplice: i tre ex-paladini del mathcore, ora quattro dopo un addio e due nuovi ingressi, han rimesso mano ad arpeggiatori e sequencer e ci son rimasti sotto di brutto. Folgorati forse dal riascolto di “Astronomy Domine” (o magari dai Django Django, vallo a sapere) hanno rimpiazzato urla e stridori con stranianti armonie vocali, e già che c’erano han deciso di alzare la lunghezza media dei pezzi, da due minuti a un assai più proggarolo 5-6.
Ma dei loro trascorsi, qualcosa è rimasto. L’irruenza metallica della chitarra, ancorché reinventata in salsa grossomodo stoner. Le ritmiche martellanti, in questo caso arricchite dalla presenza di un vero batterista che imprime una svolta in direzione Tool/Mastodon alla usuale tentacolarità dei pattern della band. L’ossessione per le sonorità elettroniche, allora al servizio dell’estetica cyber e qui invece del tutto orientata alla costruzione strato su strato di spazio, una griglia palpitante e in continua evoluzione in cui perdersi ipnotizzati.

Molte novità e qualche certezza, insomma. Ma a meravigliare più di ogni altra cosa è l’efficacia di questa trasformazione. L’impeto in-your-face cede il passo a uno stile più ricco e sfaccettato, in cui evocazione e dinamica dominano, suggerendo di traccia in traccia quali elementi mettere al centro, quali reiterare, quali sviluppare. In “Pyrocene” è il robotico 5/4 della batteria a reggere i giochi e fare da bussola nel turbinio di synth e linee vocali. Il cinque poi ritorna - fronteggiato da un più ordinario 4/4 - nella poliritmica “Alone In The Heart Of The Light”, davvero a un passo dai Django Django nella costruzione della prima parte.
I due episodi più trascinanti sono tuttavia posti in prossimità della chiusura: “Ritual Circle” tiene fede al titolo, puntando sulla ripetizione e dispiegando tutto il possibile armamentario krauto (a metà corsa, salta fuori perfino il più classico dei motorik); “Great Mother”, invece, è forse il pezzo più camaleontico. Passa dai Tangerine Dream ai Ride ai Kyuss, e permette col suo finale relativamente povero di strumentazione di svelare uno dei trucchi dell’alienità che caratterizza ogni passaggio a più voci.

Sull’ultimo verso le due linee cantate creano solo intervalli dissonanti — settima, quarta, quinta diminuita — e affidano la conclusione proprio all’accordo più irrisolto di tutti: il tritono. Fendendo l’ottava in due metà identiche, fa perdere all’ascoltatore il centro armonico al punto da essersi guadagnato, nei secoli, l’appellativo di diabolus in musica. È una buona metafora per l'intero disco: studiato e disorientante, gioca coi classici ma li ribalta e li sfida. Il sound sarà anche meno incendiario di un tempo, ma il suo sentore di zolfo non è che aumentato.

(28/06/2021)

  • Tracklist
  1. Exit Perfect Mind
  2. Pyrocene
  3. Dream Weapon
  4. Desert Stairs
  5. Alone In The Heart Of The Light
  6. Ritual Circle
  7. Single Black Point
  8. Great Mother




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