Sault

Nine

2021 (Forever Living Originals) | funk, nu-soul, afrobeat, r&b

Nel secondo episodio di “The Young Pope”, la serie tv diretta dal Premio Oscar Paolo Sorrentino, Jude Law a un certo punto sostiene che nell’era moderna gli artisti più importanti (non i più bravi, ma i più importanti, perché la bravura è degli arroganti…) hanno rinunciato a mostrarsi in pubblico e a farsi fotografare, citando a titolo di esempio Banksy, i Daft Punk, Mina. I SAULT hanno optato per la medesima scelta: un collettivo avvolto da un fitto alone di mistero, che pubblica i propri (sempre più acclamati) lavori senza preavviso, a sorpresa, e con “Nine” siamo già a cinque in meno di due anni. Dischi fortemente e orgogliosamente black-centrici, con un’iconografia ben delineata, nei quali al centro della trattazione prende posto il tema delle disuguaglianze e delle discriminazioni, sociali e di razza, benzina che funge da propulsore a composizioni di denuncia che si innestano alla perfezione nel contesto del movimento Black Lives Matter, oltre che su una generale sensibilità sempre più spinta verso l’argomento. Negli ultimi mesi sono stati i migliori nel sintetizzare le molteplici sfaccettature del suono black, partendo dalle radici del soul tradizionale per dirigersi – abbracciando il funk e l’r&b - verso le più contemporanee derive urban.

“Nine”, con i suoi 34 minuti e sole otto “vere” canzoni, si ascolta di getto, risultando confortevolmente familiare ma al contempo innovativo, impregnato di un inequivocabile mood seventies ma ancorato con convinzione ai suoni degli anni Venti. Dal punto di vista meramente musicale, si colloca in continuità rispetto ai primi due album realizzati dai SAULT, sensazione certificata dalla progressione aritmetica (5, 7, 9) scelta per contraddistinguere i titoli. Proposta meno dance-oriented rispetto ai due “Untitled” dello scorso anno, ma altrettanto impegnata, anche questa volta con un’idea concettuale aggregante molto ben delineata: la tracklist è costruita su una sequenza di istantanee che fissano attimi di vita reale, “fotografati” fra le London Council Estates, l’equivalente della nostra edilizia popolare, quartieri profondamente problematici nei quali sono nati e cresciuti alcuni membri del progetto. Il messaggio portante di “Nine” è esplicitato in un raro post rilasciato sul loro profilo Instagram, nel quale scrivono come in questi disagiati block gli adulti non riescano a guarire dai propri traumi infantili, rivolgendosi come cura a un mix di medicine costituito da alcol e droghe. I ragazzi restano intrappolati in un loop nel quale risorse e opzioni sono limitate; per loro non resta che riunirsi in gang, aspirando a ruoli di leadership: è lì che cercano rivincite dalle profonde ferite accumulate negli anni. Un riscatto che probabilmente non li sdoganerà mai dalle difficoltà delle rispettive radici.

Se siete alla ricerca della nuova traccia manifesto, la troverete subito nell’incalzante “London Gangs”, irresistibile nu-soul denso di groove e breakbeat, un proclama su quanto non si possa mai sentirsi davvero al sicuro nelle periferie della capitale inglese. Una frustata secca, che arriva dopo la perdita dell’innocenza, rappresentata dalle risate dei bambini, inscatolate nel breve intro “Haha”. Il resto dell’album rappresenta il consueto versatile meltin’ pop di stili e contaminazioni, che sa - all’occorrenza - coccolare anche con suoni vellutati, ma riservandosi sempre l’opportunità di affondare senza mezzi termini le proprie liriche nella carne viva dell’ascoltatore, come se le parole fossero lame, puntando non di rado su quell’ossessiva ripetitività che – una volta affidata alle masse - può trasformare ciascuna strofa in slogan. In un attimo si passa dalle influenze profondamente afrocentriche di “Trap Life” alla cattiveria metropolitana di “Fear”, dalla breve speaking track “Mike’s Story” (nella quale Michael Ofo narra episodi di toccante violenza filtrati dagli occhi di un ragazzino dei sobborghi), alle rotondità soul-r&b di “Bitter Streets” (con arrangiamento finale di archi che fa un po’ Massive Attack epoca “Unfinished Sympathy”) e “Alcohol” (qui siamo sul versante Erykah Badu), che in un mondo perfetto condurrebbero i SAULT in vetta alle chart britanniche. E ancora l’ospitata di Little Simz in “You From London”, e la rassicurante chiusura affidata alla dolcezza di “Light’s In Your Hands”, per mantenere sempre acceso un lumicino di speranza nei confronti del futuro.

“Nine” non è soltanto l’ennesima pubblicazione a sorpresa: questa volta i SAULT hanno progettato un album a tempo, ascoltabile in streaming, oppure scaricabile in free downloading dal loro sito, per soli 99 giorni, a partire dalla data di prima diffusione, il 25 giugno 2021. Poi resterà disponibile (forse) esclusivamente in formato fisico. Un modo per sottolineare l’amore incondizionato per l’oggetto disco, ma al contempo la consapevolezza dell’ineludibilità dei moderni mezzi di fruizione, da parte di una delle eccellenze degli ultimi anni in campo musicale. Una formazione che è possibile valutare in maniera compiuta e credibile soltanto osservandone l’intera produzione. Una band di musicisti che, perseguendo (per ora) la strada dell’anonimato, sta scrivendo uno dei capitoli che resteranno nella storia della cultura black.

(01/07/2021)

  • Tracklist
  1. Haha
  2. London Gangs
  3. Trap Life
  4. Fear
  5. Mike’s Story
  6. Bitter Streets
  7. Alcohol
  8. You From London (feat. Little Simz)
  9. 9
  10. Light’s In Your Hands
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