Parleremo ancora a lungo degli effetti del Covid-19 sull’industria discografica e sugli artisti che vi si sono trovati presi in mezzo. Sulla fine del 2019, Amber Mark era in rampa di lancio: alle spalle aveva due buoni Ep a carburazione lenta ma costante – “333” e “Conexão” – un singolo capace di farla arrivare alle orecchie degli ascoltatori più attenti – “Love Me Right” – e una buona attività concertistica, con tanto di mini-tour oltreoceano conseguito prima ancora di aver rilasciato l’album di rito. Voce calda, presenza elegante e sonorità curate sopra la media: la sua proposta declinava l’r&b tanto con la samba e la bossa nova quanto con il soul anni 70, la house e il minimalismo della trap – si permetteva addirittura di realizzare, con successo, un pericolosissimo rifacimento di Sua Maestà Sade Adu.
Poi la pandemina ha portato il suo clima di forzato stagnamento e la ragazza ha potuto solo attendere, ammazzando magari il tempo incidendo qualche cover dal salotto di casa (s’è divertita a rifare addirittura la “Thong Song” di Sisqo!). Tuttavia, qualcosa s’è affievolito durante questo processo e il rientro in pista con “Three Dimensions Deep” non sta riacchiappando la frizzante attesa che fu: non un solo brano dei ben cinque rilasciati in anteprima ha incontrato gli entusiasmi del pubblico, il che non è solo deludente ma anche rischioso per chi, come lei, sta in licenza sotto una major.
Parte del motivo sulla tiepida ricezione sta nella natura stessa dei brani scelti, che poi illustrano la direzione del resto del disco; lungo diciassette tracce per un’ora tonda di musica, “Three Dimensions Deep” suona più come un pachidermico snodarsi di ritmi al passo e coltri di magmatica strumentazione che non come un album fatto di canzoni pop. Davvero pochi i momenti in cui viene da drizzare le orecchie alla prima – vedasi la invero splendida “Cosmic”, o il beat sostenuto di “Darkside” in vaga scia princeiana. Il succo del lavoro è piuttosto un flusso monocromatico e compresso al massimo, che avvolge e protegge ma lascia anche vagamente sfiniti.
Sin dalla doppietta “One” e “What It Is” si scorgono subito ritmo lento e atmosfera rilassata – per quanto, sulla seconda delle due, trovi posto un inedito assolo di chitarra alla Santana. Su “Healing Hurts”, un’ariosa melodia vintage viene incastrata su un perno trap per un effetto sicuramente curioso ma che non mostra abbastanza levità per arrivare magari ai risultati di un’Aaliyah. “Most Men” è come un setato numero alla VanJess, “FOMO” gira su un parco andazzo disco-funk, “Bubbles” e “Softly” formano un’accoppiata di garbatissimi ritmi latini: tutti momenti nei quali la firma dell’autrice si conferma certo solida ma poco dinamica. Le interpretazioni sono pertinenti, ma non si lasciano andare, preferendo semmai giocarsi su una parca emotività intrisa di filosofia di vita vissuta. Con “Turnin’ Pages”, “Foreign Things” e “On & On” il gioco continua a ripetersi senza aggiungere altro.
Certamente rimane ad Amber Mark il merito di aver rilasciato un lavoro che prova a fare della qualità il proprio punto focale, anche a discapito dell’immediatezza radiofonica. In tale contesto, “Three Dimensions Deep” è un album da ascoltare e sviscerare con calma, forte di una qualità cantautoriale tutto sommato inedita presso le solite sbarbine da classifica r&b americana.
Purtroppo, però, adesso viene spesso meno quel gusto melodico fresco e giovanile che animava vecchi brani quali “Heathwave”, “Generous” e “High On Your Love”, e che in un certo senso ci aveva fatto immaginare questa giovanissima autrice quasi come a una novella studiosa dell’arte di Carole King e Patrice Rushen. Invece, sulla scia di Teyana Taylor, Summer Walker e Jhené Aiko, tra le altre, anche Amber Mark entra nella categoria delle cantanti r&b da ascolto lungo e soffuso e “Three Dimensions Deep” è il suo biglietto da visita: raffinato e calcolato, non delude le aspettative ma neanche prova a smuovere le acque. Ci sarà bisogno di altro tempo?
11/03/2022