Anand Wilder

I Don't Know My Words

2022 (Last Gang/MNRK) | psych-folk-pop

Come annunciato il 19 dicembre 2019, gli Yeasayer non esistono più. Band obliqua e imprevedibile che ha sicuramente raccolto meno di quanto avrebbe dovuto, la ricorderemo sempre con affetto per quelle contorsioni synth-psichedeliche che non hanno mai perso di vista un certo gusto melodico. Ma come muoversi adesso, finita la sbornia della gioventù e dell’altalenante vita concertistica? Il polistrumentista e co-cantante del trio Anand Wilder non ha avuto scelta: a casa con moglie e figli, a fare i conti con un drastico riadattamento di ritmi e priorità.

Composto, suonato e registrato nel proprio studio casalingo durante i lunghi mesi della pandemia, “I Don’t Know My Words” è dunque un discreto salto laterale, capace di suonare riconoscibile alle orecchie dei vecchi fan ma certo ridimensionato in magniloquenza ed eclettismo. Se il recente spaccato di vita dell’autore viene a galla nelle liriche, non si può comunque definire l’operato come semplice situazionismo: prendendo spunto dagli ascolti della propria gioventù, Anand ha trovato rifugio sonico nel cantautorato di George Harrison e John Lennon, declinato poi con un personale tocco naif - come altro definireste “Fever Seizure”?

Chitarra acustica, basso, dulcimer, violoncello, sovra-incisioni di flauto e un semplice pianoforte a muro che forse avrebbe avuto bisogno di una visitina dell’accordatore: sin dalla profetica introduzione di “Begin Again”, il lavoro mostra una vena demodé che certo non riserva grosse soprese, ma è accompagnata da una calda e confortante coralità, grazie a quel timbro vocale che rimane uno dei più caratteristici e immediatamente riconoscibili della propria era.
Il bozzetto pianistico “Hart Island” lascia posto agli esplicativi dubbi amorosi di “I Don’t Want Our Love To Become Routine”, mentre il tocco medievaleggiante di “More Than My Share” e l’obliquo arrangiamento di “Porcelain Doll” mettono ulteriormente in mostra una scrittura cauta ma pertinente. Certo, impiegare una matrice sonora così scarna può lasciare tutto a nudo; il misterioso intermezzo “Half Brother” e le ultime due tracce – “Sick Hotel” e l’esangue “Never Looked Good To Me Until Now” – hanno tutti i sintomi di un’asfissiante tensione che va repressa sul più bello per non svegliare i bimbi che dormono nella stanza accanto. Si fa quel che si può, insomma, la vita va avanti nonostate tutto.

L’esperienza nell’industria discografica ha comunque lasciato anche qualche buona abitudine; il singolo “Delirium Passes” è una confettura melodica squisitamente dadaista e arriva accompagnata da uno spiritoso videoclip ideato come una storiella di Wes Anderson, a dimostrazione di una coscienza che non ha perso l’istinto per un’efficace comunicazione popular.
“I Don’t Know My Words” apre un nuovo capitolo nella vita di Anand, probabilmente restringendone il raggio d’azione rispetto al passato, ma con un piacevole suono vintage che può trovare riscontro nei luoghi più impensabili: dall’allucinato folk casalingo di LA Priest fino al modernariato pop di nomi d’alta classifica, come Harry Styles di “Fine Line” e Lorde di “Solar Power”. Del resto viviamo in tempi di retromania, e con dieci canzoni per mezz’ora scarsa di durata, “I Don’t Know My Words” suona proprio come un vinile d’altri tempi.

(26/04/2022)

  • Tracklist
  1. Begin Again
  2. Delirium Passes
  3. Fever Seizure
  4. Hart Island
  5. I Don't Want Our Love To Become Routine
  6. Half Brother
  7. Get More Than My Share
  8. Porcelain Doll
  9. Sick Hotel
  10. Never Looked Good To Me Until Now


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