Earl Sweatshirt

Sick!

2022 (Warner) | experimental-hip-hop, abstract-hip-hop

Thebe Neruda Kgositsile ha esordito a sedici anni e da allora ogni sua pubblicazione è stato un evento per coloro che seguono l'hip-hop cercando di intercettare la musica del futuro. Con il nome d'arte di Earl Sweatshirt ha dimostrato di poter giocare con le parole con la destrezza dei più grandi, preferendo nella sua astrazione profumi jazz e soul, in modo affine e più marcato rispetto all'amico Tyler, The Creator, ma anche dosi di psichedelia e disorientante sperimentazione. Per "Sick!" propone al pubblico dieci brani che lui stesso definisce un'"umile offerta" messa insieme durante le fasi più drammatiche della pandemia e i relativi lockdown e attraversata anche dal tema della recente paternità.

Solo 24 minuti, davvero pochi, ma comunque abbastanza per solleticare l'interesse degli appassionati ora che sono trascorsi quasi quattro anni dall'altrettanto breve, e celebrato, "Some Rap Songs" e quasi tre dall'Ep "Feet Of Clay", un po' confuso. Al confine fra il flusso di coscienza di Aesop Rock ("Old Friend"), il jazz-rap più ipnotico ("Lye" e il suo loop di ottoni) e le tendenze pensose di Billy Woods, per non dire di quelle depresse, di certo emo-rap e mumble-rap ("Sick!", "Vision"), Earl Sweatshirt lascia che le rime definiscano un mood scuro e malinconico, suggerito anche da produzioni che scelgono spesso toni onirici e beat che riducono il protagonismo tipico della batteria: "Tabula Rasa" e la psichedelica "God Laughs" sono completamente drumless, così come il gorgo allucinato e asfissiante di "Old Friend", che apre con irruenza.
La dissonante "Lobby", quasi industrial, e la trap elastica di "Titanic" sono momenti più canonici, mentre il finale con "Fire In The Hole", una cordiale chiacchierata con sé stesso su una chitarra blues distorta, spinge nuovamente sulle sue inclinazioni più sperimentali, chiudendo con un affranto pianoforte.

Nei testi siamo lontani dalle ovvietà di molto hip-hop mainstream, verso una poetica questa volta più intima che in passato ma anche consapevole del ruolo sociale, persino rivoluzionario, della musica, come quando cita Fela Kuti:
So really, art is what is happening at a particular time of a people's development or underdevelopment, you see. So I think, as far as Africa is concerned, music cannot be for enjoyment, music has to be for revolution
Stilisticamente parlando è anche il suo album meno sperimentale, votato alla densità, con brani brevi inseriti in un flusso sonoro molto coeso, nonostante i numerosi produttori intervenuti: the Alchemist, Black Noi$e, Navy Blue, Samiyam, Alexander Spit, Theravada, Rob Chambers e lo stesso Earl Sweatshirt. Poche ma efficaci le ospitate, principalmente Armand Hammer e Zelooperz. Uno dei meno scontati fra gli ormai tanti "Covid album" finora pubblicati, ma per essere un capolavoro forse è davvero troppo breve: un piccolo-grande difetto che continua a depotenziare i suoi dischi.

(19/01/2022)

  • Tracklist
  1. Old Friend
  2. 2010
  3. Sick!
  4. Vision (featuring Zelooperz)
  5. Tabula Rasa (featuring Armand Hammer)
  6. Lye
  7. Lobby (interlude)
  8. God Laughs
  9. Titanic
  10. Fire in the Hole


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