La trovata di formare una band tutta al femminile non presenta ad oggi una particolare originalità dato che fin dalle origini della
popular music la scena americana pullulava di
girl group, anche se inizialmente si trattava di formazioni vocali dietro cui si celava il genio compositivo e produttivo di vecchi volponi come
Phil Spector, mentre nel versante rock, a parte la parentesi di primitivismo dislessico delle fantomatiche
Shaggs alla fine dei
Sixties, nel decennio successivo funsero da apripista iconico le
Runaways per una tradizione che culminò negli anni 90 con il fenomeno decisamente più impegnato delle
riot grrrls.
Insomma l’idea una all-female band non è proprio innovativa, ma difficilmente passerà di moda, come del resto il (garage)-punk-rock. Nel caso delle Linda Lindas i due fenomeni vanno di pari passo e ad essi si aggiungono, per completare il quadro, un’età media davvero bassa (la batterista appena undicenne a battere di un anno il “record” del collega dei Redd Kross agli esordi, mentre la più “anziana” è diventata da poco maggiorenne) e un’origine etnica, nonostante la base delle operazioni sia Los Angeles, non occidentale (“metà asiatiche metà latine”, a detta loro) in una combinazione che desta interesse, ma che potrebbe lasciare dubbi sull’autenticità del fenomeno, se non addirittura far pensare a un progetto costruito a tavolino, visto il clamore che la band inizia a suscitare.
In realtà, secondo le cronache, le Linda Lindas sono partite in sordina come la più comune delle
cover band, per poi sperimentare con pezzi propri presentati dal vivo in un concerto tenuto in una biblioteca di Los Angeles, la cui registrazione video ha iniziato a girare sul web diventando virale grazie in particolare al brano “Racist, Sexist Boy”, un vero e proprio rigurgito anti-razzista ispirato a comportamenti discriminatori subiti proprio dalla più giovane del gruppo, uno sfogo che non è passato certo inosservato in un’epoca (e in un paese come gli Usa) in cui da un lato l’intolleranza razziale è purtroppo ancora largamente diffusa e dall’altro nei mezzi di comunicazione vi è una giusta condanna che a volte tracima in una sovraesposizione mediatica e finisce per essere strumentalizzata per fini politici, da una fazione all’altra.
Ma al di là di qualsivoglia riflessione socio-politica, a parlare per le Linda Lindas è questo “Growing Up”, un debutto che lascia poco spazio per il (retro-)pensiero e che colpisce in modo viscerale, lasciando pochi dubbi sulla genuinità del progetto.
Il quartetto mette subito le cose in chiaro con l’
opener “Oh!”, un infuocato boogie elettrico gustoso ed esplosivo come una “bomba al cherry” che sfocia in un
refrain contagioso, il primo della serie, inserendosi nel solco della tradizione inaugurata da Joan Jett e compagnia, mentre nel corso dell’album si oscilla tra un pop-punk ultramelodico e adolescenziale, in linea con l’età della band (“Talking To Myself”), e attacchi sonici “riottosi” schiumanti rabbia da far ricordare
i primi Yeah Yeah Yeahs (“Fine”), come nell’incertezza tra le
Hole più radiofoniche e quelle oltranziste degli inizi, o tra i guizzi indie-pop di
Breeders-Amps e la rabbia delle
Bikini Kill, band a cui le Linda Lindas hanno fatto da spalla in concerto e che rappresenta uno dei loro principali modelli di ispirazione.
Le ritmiche tambureggianti e gli accordi elettrici in progressione si insinuano in un ambito punk rievocando la variante beach degli X (“Nino”, dotata però del testo più debole, una sorta di banale ode al gatto posseduto da una delle componenti) o viaggiando a cento a l’ora sull’onda della melodia come una versione femminile di Buzzcocks o Green Day (“Remember”).
Nel resto dei brani domina un indie-rock chitarristico, a tratti infettato dai graffi velenosi dei
Pixies come nella
title track, in un canovaccio alt-rock in cui si inseriscono elementi diversi come
riff di scuola hard (“Why”) o addirittura suggestioni bossa (la malinconica “Cuanta Veces”, in lingua spagnola) rendendo l’album più vario, ma tenuto insieme da una travolgente e freschissima vena melodica intrecciata a energia ed elettricità a profusione.
A concludere il breve viaggio (meno di mezz’ora) è la devastante “Racist Sexist Boy”, j‘accuse al vetriolo vomitato col rantolo psicotico di Lydia Lunch e chitarre pesanti, poi inerpicato in una discesa a rotta di collo foxcore, proprio il brano che ha fatto conoscere la band per il suo taglio antirazzista, componente importante a livello lirico ma non dominante: “Growing Up” parla soprattutto delle problematiche nel vivere una fase delicata come quella dell’adolescenza e più in generale della difficoltà di crescere (a prescindere dalla stagione vissuta); ma a dispetto della tenera età, le Linda Lindas mostrano una certa maturità nell’affrontare le proprie difficoltà, attraverso l’accettazione e la valorizzazione di sé e degli altri, trovando la perfezione in ciascuno al di là delle differenze (la già citata “Cuanta Veces”) e nel restare ancorate alla realtà contando su se stesse persino nell’immaginaria possibilità di acquisire poteri sovrannaturali (“What if magic was real?/ What if magic revealed/ Something nobody would ever would ever/ Wish upon themselves or nobody else/ Maybe reality is better” nell’infettivo ritornello di “Magic”).
In effetti, la realtà è stata migliore di qualsiasi rosea aspettativa per le Linda Lindas, apprezzate trasversalmente da pubblico, critica e soprattutto colleghi celebri, con gli
endorsement di
Tom Morello,
Flea,
Thurston Moore e Kathleen Hanna, che valgono forse più di recensioni positive e boom di ascolti o visualizzazioni per attestare la qualità di una band davvero valida e satura di
teen spirit, neologismo che Kurt Cobain utilizzò nella più celebre delle canzoni dei
Nirvana prendendo in prestito il termine da una scritta sul muro eseguita proprio dalla leader delle Bikini Kill, per chiudere il cerchio dei riferimenti incrociati.
Ora però viene il difficile per queste giovanissime, che si troveranno di fronte a varie sfide: confermare quanto di buono fatto fino ad ora senza finire stritolate negli ingranaggi del sistema social-mediatico, visto il clamore suscitato, affinare il loro stile acquisendo una propria personalità e, cosa non meno importante o scontata, crescere.
08/10/2022