L’insostenibilità della realtà, la voglia di fuggire, l’elevato costo per un biglietto d’ingresso nel mondo dei sogni. Con “Toil And Trouble”, Angelo De Augustine lancia un appello per ricordarci che abbiamo ormai poco tempo per poter fuggire dalla follia quotidiana. Nulla è più scontato e prevedibile in un universo dove oggetti fantastici e corpi evanescenti dettano regole e ruoli, dove la speranza si affida all’esistenza di un universo nuovo. Nasce da qui la passione di Angelo De Augustine per racconti e storie di alieni, o per il suono straniante di strumenti inconsueti (xilofoni di vetro, unisynth giapponesi, un mustel piano), l’immaginazione fa da collante inumidendo con gocce di rugiada armonie flebili ed eteree, alle quali non basta più il grazioso vibrare del fingerpicking (“The Painter”), o il confortevole ondeggiare fiabesco e cantilenante alla Elliott Smith (“Song Of A Siren”).
Per rendere vivida e reale la favola di “Toil And Trouble” il musicista racconta di sofferenza e fede con una straziante ballata come “I Don’t Want To Live, I Don’t Want To Die”, che sembra sfuggita alla recente collaborazione con Sufjan Stevens (“A Beginner’s Mind”), provando a lenire il dolore rifugiandosi nei sogni e nelle illusioni con melodie apparentemente futili e spensierate (“Another Universe”) o con una surreale cronaca vera sull’esperienza di una coppia americana rapita dagli alieni (la suggestiva “The Ballad Of Betty And Barney Hill”).
“Toil And Trouble” è un disco che dona consistenza all’immaterialità dei sentimenti e della bellezza del quotidiano. Angelo De Augustine sfodera le armi più sofisticate, tra delicati accenni barocchi (“Blood RedThorn”, “Home Town”) e inaspettate pause strumentali dal delicato fluire (“Healing Waters”). È interessante come il musicista riesca a incorniciare storie violente e traumatiche con sonorità fiabesche e infantili, un approccio creativo alla fragilità umana raccontato con una sensibilità che appartiene molto al passato. Ed è per tal motivo quasi naturale che il trittico finale evochi il fascino di Art Garfunkel (“Naked Blade”), la limpida schiettezza del giovane Yusuf/Cat Stevens (la title track) e ovviamente la visionaria e algida poetica di Sufjan Stevens (“D.W.O.M.M.”).
Ma al di là dei riferimenti citati nell’arco della recensione, la potenza della scrittura e l’intelligente messa in scena sonora qualifica “Toil And Trouble” come l’opera più completa del musicista americano.
06/08/2023