boygenius

the record

2023 (Interscope)
songwriter, indie-rock

Give me everything you've got
I'll take what I can get
I want to hear your story
And be a part of it
Le prime parole "the record", cantate a cappella dalle tre boygenius Julien Baker, Phoebe Bridgers e Lucy Dacus, sembrano descrivere condensatamente il processo di scrittura creativa del gruppo: apertura alla condivisione delle proprie canzoni, propensione all'ascolto, apporto di critiche costruttive e integrazione delle idee altrui. È questo un abbecedario della collaborazione artistica che, per quanto scontato, di rado viene implementato con tanto rigore e, soprattutto, empatia verso l'altra persona. Aggiuntaci un'alchimia personale e musicale invidiabile, le tre cantautrici in poco tempo hanno raggiunto con questo modus operandi un corpus di venticinque canzoni. Dodici delle quali trovano ora spazio nella tracklist di uno degli Lp più attesi e invocati non solo di quest'anno, ma dell'ultimo lustro. Creata allora la storia, non resta che condividerla e lasciare che chi ascolti la faccia propria:
I'll give everything I've got
Please take what I can give
I want you to hеar my story
And be a part of it

Dopo il preludio, il primo sussulto lo concede il dirompente riff di chitarra elettrica di "$20" suonato da Julien Baker. Che la musicista del Tennessee avesse una voglia matta di imbracciare nuovamente la sua chitarra elettrica e di collegarla ai distorsori, come durante i suoi anni adolescenziali, lo avevamo capito già con "Little Oblivions" e con la sua trasposizione live. Lì headbanging e muro del suono non solo si imponevano sulla martellante "Ringside", ma trasfiguravano in chiave post-rock anche la delicata sacralità di "Ziptie". Questa grinta Julien l'ha portata con sé nelle session di scrittura e si vede eccome da come se la riffeggia in "$20", ma anche in "Satanist". Due brani impeccabili, resi però eccelsi grazie ai contributi di Bridgers e Dacus. Se in "Satanist" le tre amiche si intercambiano dando dinamicità al pezzo, nella seconda metà di "$20" ognuna di loro recita il proprio verso appoggiandosi sulla voce delle altre. L'effetto è destabilizzante, ma non cacofonico, e si sublima nel crescendo strumentale e nel grido trascendentale alla "I Know The End" di Bridgers.

Si tratta dunque di un lavoro completamente corale che permette un'estrema libertà creativa, paradossalmente ancor più grande di quella di cui le singole autrici dispongono nella loro produzione solista. Con "the record" la band boygenius si riconferma essere un safe space e diviene soprattutto un'occasione per stare insieme con il principale intento di divertirsi. Che sia su una montagna russa o su una giostra panoramica, in una sala giochi, o tra vasi greci e busti romani, le riprese "turistiche" del video di "Not Strong Enough" dimostrano che per le tre statunitensi il cazzeggio in compagnia e la coltivazione della loro amicizia vengono prima di tutto.

L'amicizia come forza propulsiva della band è del resto esplicitamente tematizzata in due canzoni composte inizialmente da Lucy, la brevissima "Leonard Cohen", dolce e spiritosa al tempo stesso, e "We're In Love". Quest'ultima è un emozionante inno all'amicizia, scritto in una chiave del tutto differente rispetto alla straziante "Thumbs". Con la ballad di "Home Video", però, "We're In Love" presenta affinità melodiche e soprattutto condivide l'arrangiamento spoglio. L'essenzialità strumentale è qui limitata a un timido strumming di chitarra acustica, sparse note di piano e qualche sporadico elemento d'ambiente, con lo scopo ultimo di far risaltare i versi cantati dalla voce calda della Dacus.

Nonostante le boygenius siano alla ricerca di una condivisa leggerezza interiore ("I wanna be happy", affermano nella traccia conclusiva), le canzoni di "the record" continuano a incardinarsi sulle affilate riflessioni esistenzialistiche e politiche delle tre cantautrici. Proprio l'indie-folk-pop di "Not Strong Enough" unisce, quasi per caso, queste due dimensioni. Tra insicurezze personali, pensieri intrusivi e depressivi, ecco incastonarsi la recitazione di un mantra che svolge sia una funzione apotropaica che di rinforzo della fiducia in se stessi. Eppure, la frase ripetuta "always an angel, never a god" non può che traslarsi sul piano politico e collegarsi a quella rivendicazione femminista tanto vitale per le boygenius da rimanere marchiata nel nome stesso del gruppo.
Laddove alcuni cantautori assurgono a geni artistici, assumendo le sembianze di divinità demiurgiche, alle cantautrici si incolla come melma appiccicosa l'iconografia classico-cristiana della musa ispiratrice o, in questo caso, della figura angelica che si limita a riportare sulla terra i suoni, già esistenti, delle sfere celesti. In questo sistema di valori, a subire un ontologico declassamento è quindi la capacità di creazione artistica di una cantautrice, di una donna, deprivata così della intenzione plasmante associata, invece, alla sua controparte maschile.

In "the record" le diverse impronte stilistiche delle tre boygenius sono riconoscibilissime e non divergono particolarmente dai loro recenti progetti solisti. Tuttavia, le tre visioni musicali si amalgamano perfettamente tra loro. Gli effetti elettronici della splendida "Emily I'm Sorry" si disperdono nella stessa notte desertica di "Punisher", mentre "True Blue" poteva benissimo essere inclusa nell'ultimo album di Lucy Dacus. Eppure, la transizione tra le due canzoni è perfetta e la coesione dell'intero disco è davvero notevole.
Dell'autoreferenzialità delle canzoni dell'Lp delle boygenius si era invece sentito parlare fin dalle prime interviste concesse alle grandi testate anglosassoni che avevano avuto la possibilità di ascoltare in anteprima "the record". Eppure, questo fitto auto-citazionismo non sembra affatto essere fine a se stesso, né il prodotto di un mero fan service, quanto, piuttosto, il tentativo riuscito di connettere fra loro i canzonieri delle tre autrici, come se appartenessero tutti a un'unica grande rete.

 

"the record" è insomma il punto di convergenza e di tangenza del percorso artistico di Baker, Bridgers e Dacus. Qualunque siano le future diramazioni della loro musica, esso rimarrà la pietra di paragone per un'intera generazione di cantautrici e cantautori, consacrando allo stesso tempo l'intera scena del cantautorato indie-rock statunitense in nome di una collaborazione che ha ancora tanto da dare e tanto da dire.

04/04/2023

Tracklist

  1. Without You Without Them
  2. $20
  3. Emily I'm Sorry
  4. True Blue
  5. Cool About It
  6. Not Strong Enough
  7. Revolution O
  8. Leonard Cohen
  9. Satanist
  10. We're In Love
  11. Anti-Curse
  12. Letter To An Old Poet




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