L’allontanamento dal materialismo della civiltà contemporanea porta una minoranza di individui all’abbandono dai social e dagli schieramenti che ci vengono imposti ogni giorno in una società perennemente divisa in due. Fabrizio Testa cerca da sempre una strada alternativa all’infelice realtà di tutti i giorni, e dopo anni in cui si è diviso tra i due suoi progetti (quello a suo nome e quello de Il Lungo Addio) trova un punto d’unione nel nuovo album “Ritorno al sacro”, dove per sacro non si intende l’adesione a una religione o a un’altra – che ci riporterebbe alla consueta scelta tra uno schieramento e l’altro, tra ipotetici beni e ipotetici mali che ogni giorno dividono l’umanità in due parti – ma proprio in una visione alternativa, non materialistica dell’esistenza.
Di conseguenza, non poteva che essere Giordano Bruno (la voce di Gian Maria Volontè in “Sapiente furore”) uno dei protagonisti dell’album, il punto di riferimento verso un percorso autenticamente sacro contro il realismo crudele della chiesa cattolica e del potere di ogni epoca. Fabrizio Testa, artista autentico e sensibile, ha sempre fatto parte di un’umanità a disagio nel bislacco mondo fatto di schermi, telefonini, social e urlanti imbonitori politici depositari di false verità, e con “Ritorno al sacro” giunge a una nuova consapevolezza di un percorso iniziato ormai da diversi anni, intuibile anche nei suoi recenti album a nome Il lungo addio, in particolare l’ultimo “Tropico romagnolo”. La musica si fa sempre più asciutta, più ancora di recenti lavori che sembravano aver portato davvero al minimo ogni possibile opzione sonora.
“La fede sepolta” si presenta infatti con appena due note di synth a fare da base ai testi gelidi di Testa, dove si percepisce il vuoto e il freddo della vita contemporanea che sì è ormai svuotata di ogni aspetto sacro. Ancora due note fanno da base a “Requiem”, forse un testamento, una voce dall’oltretomba che segna una diversità sempre più marcata rispetto a ogni scena italiana.
“Ritorno al sacro” è quindi il disco più intimo di Testa, per certi versi il più rinchiuso in sé stesso, quindi il più incomunicabile e forse consenguentemente il più sincero e autentico. Le parole del teologo/filosofo Sergio Quinzio nella title track fanno riflettere sul ruolo della tecnica nella società del nostro tempo, sul suo allontanamento ormai assoluto dalla ricerca di un benessere diffuso. Ancora una volta la musica che accompagna i testi si rivela profondamente minimale, ricordando da vicino “La coerenza della follia” del progetto Psycho Kinder dell’amico Alessandro Camilletti, dove venivano usate le parole del filosofo Severino nell’album “Il tramonto dell’evidente”.
31/10/2023