Ciśnienie in polacco significa “pressione”. Un nome che, più che un’immagine, rappresenta una dichiarazione di metodo per la band strumentale di Katowice, attiva dallo scorso decennio e ormai riconoscibile per un lavoro costante sui processi di accumulo, contrazione e rilascio dell’energia sonora. Muovendosi fra post-rock, noise-jazz e spinte progressìve, il gruppo ha scelto da tempo di far coincidere la propria identità soprattutto con il contesto live. E consolidato la scelta di non pubblicare la propria musica su Spotify, ma renderla reperibile su Bandcamp con la formula name your price.
Scolpire la tensione: quando l’attrito diventa regola, e il volume condizione necessaria
I quattro brani che compongono il loro nuovo album dal vivo, “[Angry Noises]”, funzionano come variazioni su un’idea comune: la tensione come materia plastica, modellata nel tempo più che scaricata; compressa e rilanciata in cicli successivi. Non c’è mai la ricerca del climax facile, ma uno sviluppo costante che preferisce l’attrito alla risoluzione. E prende forma attraverso la complessità ritmica e i giochi ricombinatori: una trasmutazione lenta ma continua delle sequenze melodiche, che permette ai Ciśnienie di spingere incessantemente sull’intensità senza mai dissolvere l’identità dei temi.
“My Childhood…” (ma il titolo completo è assai più lungo) apre il disco con un ostinato di sax baritono in 10/4 che richiama i King Crimson delle origini, ma prende le mosse a ben vedere da un segmento della “Sinfonia dei Salmi” di Stravinskij, piegato e rimesso in circolo. Da lì il brano cresce per addizione progressiva di strumenti e dissonanze, costruendo l’intera traiettoria sul mutare del tema, che si accorcia, si contrae metricamente e si fa sempre più pressante. I rari momenti di discesa servono solo a preparare un’ulteriore impennata, mentre nelle sezioni meno congestionate affiorano frammenti di “Saturn” di Gustav Holst, sospesi e onirici, come se il pezzo respirasse per un istante prima di richiudersi nuovamente su se stesso.
“Gilotyna” riprende la stessa logica di fondo, ma la porta su un terreno più frontale. Pilastro dei suoi otto minuti un tema martellante in 9+7, costruito su due linee ascendenti quasi speculari – con una sottrazione nella seconda che disorienta a ogni ciclo. Finché tutti gli strumenti non convergono su una singola nota in pienissimo, gesto di saturazione totale da cui il pezzo scivola nel noise. Con echi dell’avant-prog più tetro – Magma, Univers Zero, Art Zoyd – ma sconfinando anche nelle sonorità più coercitive e massimaliste degli Swans. Il finale, dominato dal violino, non addolcisce ma apre lo spazio: la materia resta ribollente e compatta, però si distende in una dimensione più ampia, quasi cinematografica.
La potenza timbrica come catalizzatore, per trasformare ogni tregua in un’esplosione
Gli ultimi due brani diventano invece il punto ideale da cui osservare un altro asse fondamentale del disco: la potenza timbrica come leva espressiva, dove ogni distensione resta intrecciata a un incremento di densità e massa sonora.
“Gówno” affonda in un passo fangoso, quasi alla Melvins, sostenuto da armonie corali disturbanti e da un sax lancinante ed espressionista, su una tangente che può ricordare i nostri Zu. Quando il pianoforte irrompe, luminoso e apparentemente disteso, non cancella nulla: il basso pachidermico resta lì, le ombre non si diradano davvero. È una tregua ambigua, destinata a essere travolta in breve tempo da un’esplosione jazzcore.
La chiusura con “Carthago Delenda Est” conduce infine su traiettorie più apertamente epiche, con un climax che richiama più che mai l’approccio dei Godspeed You! Black Emperor. È un crescendo “totalista” nel senso delineato dal compositore Kyle Gann e già praticato da artisti come Glenn Branca e Rhys Chatham: una zona di convergenza dove la ripetizione estatica del minimalismo incontra dissonanze, potenza ritmica e asperità timbriche che hanno più in comune col rock pesante che con il canone sinfonico. L’ostinato iniziale sostiene un accumulo implacabile, fino a un momento di liberazione estatica a metà percorso, una catarsi che non chiude ma rilancia la dinamica su un livello ulteriore di saturazione. La coda apertamente rumorista è ciò che resta dopo l’inevitabile collasso, una scia di energia che continua a spingere anche quando la forma è ormai saltata.
“[Angry Noises]” è un disco che non concede appigli facili: la durata diventa strumento, l’accumulo una strategia, il volume una condizione necessaria. Prog, jazz, post-rock e musica colta non vengono ripresi in modo pedissequo, ma rimessi sotto sforzo, costretti a convivere in un equilibrio instabile e sempre sul punto di spezzarsi. Una miscela deflagrante, che non cerca scorciatoie né rassicurazioni e fa del rischio la propria miccia.
31/12/2025