La costanza non è mai stata il piatto forte di Doja Cat. Un giorno annuncia il ritiro dall’attività live dopo un festival in Paraguay, tempo qualche mese e pianifica un’intera tournée. Pubblica dischi dal respiro dance e poi li ripudia come semplici “cash grab”, poco importa che le abbiano garantito un enorme successo internazionale. Dopo un album che l’ha vista tornare alle sue origini rap (non senza qualche furba concessione) e a una presunta autenticità di fondo, ancora una volta arriva un’altra sconfessione, qui offerta attraverso “Vie”. Lungi da noi tacciare la rapper californiana di falsità, i processi alle intenzioni non portano da nessuna parte e il concetto di verità in arte è quantomeno scivoloso, fa però impressione come per il suo quinto album abbia ritrattato totalmente le affermazioni pronunciate prima dell’uscita di “Scarlet” e ritorni a corteggiare quell’estetica pop che sembrava ormai accantonata del tutto.
Coloratissima (come la copertina, anche questa cambiata in corso d’opera, d’altronde suggerisce), cotonatissima, Doja Cat qui si offre con una prova che migliora nettamente i risultati di “Hot Pink” e “Planet Her”, presentandosi con un disco finalmente compatto, dai netti contorni estetici, che sprizza funk da ogni poro. Perché si può uscire vivi dagli anni Ottanta.
Funk, quindi, e che funk: dritto da Minneapolis, come se Jimmy Jam e Terry Lewis fossero in cabina di regia a condurre i giochi, la rapper sceglie per l’occasione sintetizzatori marcatissimi, chitarre effettate, basi serratissime e gli immancabili commenti di sax, riportando alla ribalta quelle forme che hanno costituito la fortuna della prima Janet Jackson, di Alexander O’ Neal e della S.O.S. Band. Filologia, insomma, senza ossequio: la personalità di Doja Cat (e la baldanza dei principali produttori Jack Antonoff e Y2K) è tale da far svanire in un attimo la calligrafia e trascinare l’intero disco verso una ben più concreta contemporaneità.
Niente di rivoluzionario, naturalmente, solo la consapevolezza di una popstar che finalmente si percepisce tale senza remore, e lo dimostra con tutto il carattere necessario: “Jealous Type” potrebbe essere la figlia apocrifa di “The Pleasure Principle”, ma è compito della rapper proporsi in una soverchiante performance vocale che azzanna e modernizza il comparto sintetico, tra enfatici attacchi col ritornello, più svagate parentesi melodiche, un potente slancio da power-vocalist, come a sottolineare un sentimento che divora le carni. È un pattern canoro che si dimostra convincente ogni qual volta viene impiegato e che consente alla gatta di muoversi abilmente tra confessioni bisex in chiave sophisti-pop (la progressione romantica di “Stranger”), spumeggianti attestazioni da top model (il freestyle tirato a lucido di “Gorgeous”), romantiche manifestazioni di desiderio (la slow-jam “All Mine”).
L’importante è divertirsi, giocare con i colori e le sensazioni senza troppe preoccupazioni. In “Silly! Fun!” Doja chiama in soccorso la sua Gwen Stefani interiore ed estrae dal cilindro un delizioso siparietto tutto groove e fantasie sintetiche, la sorella umorale di una “Aah Men!” che utilizza la colonna sonora di “Supercar” con fare del tutto sardonico. E poco importa che in alcuni frangenti la fantasia eighties venga interrotta sul più bello, grazie a momenti dal sapore trap (l’accoppiata “Make It Up”-“One More Time”). Anche in queste deviazioni il ritrovato senso pop dell’autrice fa sì che il tocco risulti tangibilmente addolcito, partecipe di un’estetica che ne dimostra tutta l’affinità per lenti d’atmosfera (“Happy”) e gentili timori amorosi (“Couples Therapy”). Tanto basta perché Doja Cat emerga vincitrice: in un mondo dove le più grandi rapper del mondo perdono tempo a litigare sul fu Twitter, concentrarsi sulla musica è gia di per sé un’autentica dichiarazione d’intenti.
03/10/2025