FUST - Big Ugly

2025 (Dear life)
alt-country, songwriter

And there would be no record, nothing left standing, to show that anything had ever been built in America.

(Philipp Meyer, “American Rust”) 

L’America è una terra infestata. Fantasmi di un sogno che non c’è più, ombre di un incubo da cui sembra impossibile svegliarsi. Lo spettro che abitava una stanza d’ospedale ormai galleggia nel vuoto: hanno buttato giù tutto quanto, questione di debiti e di pignoramenti. Nemmeno più un pezzo di vita a cui aggrapparsi, per l’eternità.

Aaron Dowdy viene da Bristol, Virginia, roccaforte confederata nella Guerra di Secessione e patria della Carter Family. È lui l’anima dei Fust, uno dei nomi chiave della nuova scena alt-country a stelle e strisce: non a caso, l’etichetta è la stessa che ha portato in alto MJ Lenderman, la Dear Life Records. Ed è affidata al leader dei Friendship, Dan Wriggins, la presentazione del nuovo album di Dowdy e soci, “Big Ugly”: “Rock di montagna e letteratura sudista, con una dedica a quell’entità inestricabile fatta di terra e persone, a visioni di comunità, utopia e testimonianza dell’erosione”. Un’investitura vera e propria, insomma, che dimostra come i Fust, alla prova del disco n. 3, abbiano trovato una voce capace di catturare l’essenza della ruggine americana.

Gli accordi ruvidi della chitarra elettrica, addolciti dal controcanto della pedal steel, lasciano subito spazio in “Spangled” alla voce di Dowdy, vibrante e morbida al tempo stesso, imbevuta di accenti dalle radici profonde. È la ghost story da cui siamo partiti, popolata dagli spettri di un presente perseguitato dal passato: “Credo che non si possa ascoltare la parola ‘Spangled’ senza pensare a ‘The Star-Spangled Banner’, l’inno nazionale americano”, spiega Dowdy. “Volevo scrivere una sorta di versione personale e dolorosa dell’inno nazionale, fatta di temi esoterici e tipicamente americani, come il trauma e il tempo fuor di sesto, l’autodistruzione e l’intossicazione, la fragilità e l’arroganza”. È la sensazione che si prova a precipitare dal ponte di un’autostrada, a cadere giù senza mai fermarsi, sospesi nel cielo trapuntato di stelle: “Who’s the god of that sky/ And who’s the god of memory?”.

Lungo l’albero genealogico che dai Son Volt porta a Colin Miller, i Fust si collocano su un ramo dove il senso innato per la melodia trascolora dai lamenti country di “Bleached” agli spigoli rock di “Goat House Blues”. Sul passo solenne della batteria, “Gateleg” ribalta la dylaniana fattoria di Maggie in qualcosa che sembra il suo esatto opposto: un angolo di Appalachia ai piedi delle montagne dove forse, tra gli scaffali polverosi ingombri di lattine e di birre vuote, è ancora possibile trovare un senso. Anche il nome del gruppo, del resto, viene dallo slang rurale e indica l’odore persistente della muffa: è l’odore che Dowdy sentiva da bambino, quando andava a trovare il nonno in Virginia. Ancora oggi, per lui, quell’odore è il simbolo della tensione tra qualcosa di rozzo e fuori posto e una sorta di ideale romantico. Proprio come il Sud in cui è cresciuto, il Sud che racconta nelle sue canzoni: un luogo da cui fuggire, all’inizio, eppure anche una casa a cui poter fare ritorno. Una contraddizione che riassume in sé quella dell’America.

È fatto di amore e odio, il Sud dei Fust, come i sentimenti che si respirano nell’aria della loro North Carolina: dalle strade di Durham, dove il gruppo ha la sua base (e dove Dowdy è dottorando in Letteratura alla Duke University), fino agli studi di registrazione di Asheville dove il disco ha preso forma, con Alex Farrar alla consolle (già al lavoro con gente come Wednesday, MJ Lenderman e Waxahatchee).

È il “Big Ugly” che dà il titolo all’album, la terra fangosa dove un torrente può prendere il nome dalla sua stessa bruttezza: “I’ve got the mud of Big Ugly running through me”, confessa Dowdy sul folk dal sapore agreste della title track, “And I’ll never get it off or get it out”.

È la lingua perduta di “Mountain Language”, che recupera l’elettricità crepitante degli anni Novanta e ruba le parole a Shakespeare per mettere a nudo la domanda più difficile: “Oh, what country, friends, is this?”.

E proprio la vena letteraria di Dowdy – con le pagine di Faulkner nel cuore – è una delle cifre essenziali delle canzoni di “Big Ugly”. Bastano pochi tratti (una lampadina da cambiare, il pane lasciato in tavola, il rumore della pioggia) e il ritmo al rallentatore di “Sister” ha già raccontato tutta una storia, in cui il canto sofferente del fiddle parla della fatica di rimettere insieme i pezzi quando dentro qualcosa si è rotto (“I whisper ‘Should we get up?’/ ‘Why, so the pain can get up too?’”), all’insegna di un cantautorato rarefatto in zona Chris Bathgate.

Ancora una volta, le parole dedicate da Dan Wriggins a questo album sono le migliori interpreti della musica dei Fust: “È il lungo, enorme fiume dello storytelling, alimentato da antiche sorgenti, che sostiene il tempo, delimitato dal paesaggio e dalle persone e testimone della bellezza e dell’angoscia di ciascuno”. I fantasmi che infestano l’America sono pieni di storie da raccontare.

26/09/2025

Tracklist

  1. 1. Spangled
  2. 2. Gateleg
  3. 3. Doghole
  4. 4. Mountain Language
  5. 5. Sister
  6. 6. Bleached
  7. 7. Goat House Blues
  8. 8. What’s His Name
  9. 9. Jody
  10. 10. Big Ugly
  11. 11. Heart Song