Sono molteplici le ragioni per elogiare il talento di Gwenifer Raymond. La prima è racchiusa nel coraggio e nell’ostinazione della musicista gallese nel voler continuare la tradizione degli album puramente strumentali, compito ancor più arduo se lo strumento è la chitarra acustica e la materia prima è il folk, anzi la tradizione primitive folk. Tuttavia, non c’è nulla di convenzionale nel suo nuovo progetto.
“Last Night I Heard The Dogstar Bark” è il terzo disco della chitarrista gallese, il primo per l’etichetta We Are Busy Bodies, affascinante seguito di due album licenziati dalla Tompkins Square, una raccolta di dieci brani folk dove tecnica e arte della composizione viaggiano in sincrono con risultati sorprendenti e originali.
Talento e buon gusto sono evidenti già dal primo brano “Banjo Players Of Aleph One”: un ronzio apre le ostilità, chitarra acustica e banjo si adagiano sulla delicata melodia con toni solenni e quasi cosmici, svelando la passione dell’artista gallese per la fantascienza e l’occulto. Non sorprende, dunque, che irrequieti accordi di fingerpicking alterino e amplifichino il fronte armonico e ritmico delle tracce a seguire, “Jack Parsons Blues” e “Champion Ivy”.
In questo energico flusso di accordi di chitarre acustiche, Raymond trova spazio per esternare ammirazione per scienziati visionari e occultisti, mettendo insieme i propri studi di astrofisica e la passione per Philip K. Dick e Ray Bradbury. Il tono oscuro e greve che anima pagine come “Bliws Afon Tâf” e l’ancora più tetra “Bonfire Of The Billionaires” muta ulteriormente le direttive stilistiche di un album che riscrive con toni decisi e frenetici i canoni della tradizione.
La definitiva metamorfosi accade nella lunga title track, lenta e solenne nel suo incedere cosmic-blues, fiorente nel suo approccio armonico essenziale che man mano cresce e divampa fino a coinvolgere il suono della chitarra elettrica, restando in sospeso tra realtà e immaginazione, tra riverberi e silenzi che si alternano con sapienti richiami a scenari virtuali.
Il resto dell’album non tradisce l’estetica e l’etica dello stile chitarristico di Gwenifer Raymond, tra placide escursioni country–western che restano prigioniere del fango e dell’oscurità della notte (“One Day You’ll Lie Here But Everything Will Have Changed”), brani che omaggiano la cultura gallese con una suggestiva dedica alla Dea (“Dreams Of Rhiannon’s Birds”) e un puro esercizio tecnico e di stile che invita alla danza (“Cattywomp”).
Impossibile non apprezzare il tono meno descrittivo e limpido che sovverte l’approccio tecnico di John Fahey e Robbie Basho, per una più meticolosa e complessa struttura dai toni vorticosi e imprevedibili (“Bleak Night In Rabbit’s Wood”).
Le atmosfere a volte quasi ostili e musicalmente inebrianti di “Last Night I Heard The Dogstar Bark” fluttuano tra eccitazione e turbamento, regalandoci una delle opere folk più intense dell’anno.
15/09/2025