Sono molti i motivi che fanno di John Maus uno dei personaggi di spicco della scena artistica americana. Non solo il ruolo di docente universitario, ma anche l’interesse per la costruzione di sintetizzatori artigianali, nonché l’indole sperimentale nel solco della musica synthwave. Ad alimentare ulteriore curiosità e dibattito sono le sue posizioni politiche e scientifiche, spesso contradditorie, che lo vedono fervente sostenitore della tesi del controllo sociale attraverso la seduzione della tecnologia.
Gli ultimi due album, “Addendum” (2018) e “Screen Memories” (2017), l’hanno consacrato come il maestro dell’apocalisse, un universo musicale dove tastiere vintage, voci effettate e melodie pop dal fascino sinuoso creano un archetipo alquanto originale. Non sorprende, però, che i dischi sopracitati abbiano diviso in due i fan, tra quanti gridano al tradimento dell’eccentricità e della genialità degli esordi, e coloro che invece approvano la “normalizzazione” goth-wave che ne ha ampliato il seguito.
I sette anni trascorsi dalle ultime produzioni non sono stati molto felici; dopo aver cancellato un tour per problemi cardiaci, John Maus ha dovuto affrontare la fine del proprio matrimonio, la perdita di alcuni familiari, problemi economici e soprattutto le polemiche dopo la pubblicazione di un video che lo vedeva presente durante l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
“Later Than You Think” vede l’artista americano tornare in scena con le già note modalità barocche, un canto baritonale, e cascate di suoni di synth dal tono sempre più cupo, con uso di scale modali tipiche della musica rinascimentale e atmosfere tipicamente anni 80, pur senza attingere alla retromania.
Il nuovo album mostra ben poche novità, riprendendo con minor slancio le oscure turbolenze di “Addendum”, centrando in almeno un paio di casi la perfetta nemesi pop (“Reconstruct Your Life”, “Tonight”), spostando l’asse verso un intimismo emotivo finora sconosciuto (“Pick It Up”), senza rinunciare al nichilismo di certa darkwave (“Out Of Time”) e a una logica quasi militante che lo vede indugiare su quel glitch-pop spesso ripudiato pubblicamente (“Losing Your Mind”).
“Later Than You Think” è un disco che merita una lettura su più piani espressivi: lo spessore quasi liturgico di “Let The Time Fly” e la leggerezza di brani come “Shout” e “Tous Les Gens Qui Sons Ici Sont D’Ici” sono il manifesto evidente di una distonia intellettuale ancora irrisolta, in passato pretesto creativo di indubbia efficacia, ma che in questo nuovo contesto offre spazio a più di una perplessità, le stesse che suscitano le ultime prove del compagno di viaggi Ariel Pink.
Artista sempre più controverso, John Maus non ha nascosto le recenti velleità religiose e spirituali, evidenti soprattutto nell’ultima traccia “Adorabo”: non è dato sapere se questa sia solo l’ultima intelligente provocazione di un artista imprevedibile e di talento, oppure il segnale di una svolta.
Con “Let The Time Fly” Maus continua a raccontare caos e incertezza dei tempi correnti, ma quel che viene meno è l’effetto sorpresa, qui relegato alla sola “I Hate Antichrist” e al rumore spezza-timpani che intercetta “Losing Your Mind”. Il rischio è che l’album, in definitiva, svolga più che altro una funzione di colto sottofondo. La speranza è che Maus stia recuperando terreno dopo le tante vicissitudini attraversate e che questo sia solo il primo passo verso una rinascita.
Attenzione: la sequenza del formato vinile (qui riportata) è molto diversa da quella del cd e dello streaming.
18/10/2025