Conosciamo Thomas Jenkinson per il suo progetto Squarepusher, che, album dopo album, ha tracciato un percorso visionario tra drill'n'bass e Idm, trasformandolo in uno dei protagonisti della scena elettronica britannica. Ma in pochi ricordano che il nostro si è avventurato in alcuni side-project, tra cui Stereotype, composto da un unico, omonimo Ep del 1994, un tripudio di acidcore apocalittica ma anche di emozioni inattese e armonie sospese.
Aprono i sedici minuti di "Whooshki", e l'impatto è immediato: un giro di sintetizzatore ripete un mantra ambient techno avvolto da distorsioni in ipervelocità. Il magnetismo non risiede nella potenza, ma nella vena melodica di chiara derivazione Idm che, intrecciata a un tappeto ritmico da officina siderurgica, genera un cortocircuito glorioso tanto per il dancefloor assatanato quanto per l'ascoltatore contemplativo.
È il contrasto tra la forza bionica del beat e la luce delle trame armoniche a creare l'attrito perfetto. Segue "1994", che spinge sulla tensione martellante e claustrofobica, scolpendo dieci minuti atonali di furia industrial-club più vicina all'estetica abrasiva di Woody McBride che alle trame nu-jazz di "Feed Me Weird Things".
"O'Brien" apre scenari sci-fi e lisergici su breakbeat in fiamme, come se i Global Communication si fossero persi in un rave sotto anfetamine. Da qui si scivola da un Aphex Twin in modalità supersonica alle fratture lo-fi della prima Idm, in un costante gioco di attrito e trance. In "Stereotype" dominano le distorsioni della sezione ritmica, i synth modulati e e i lunghi accordi, sottili come fumi digitali, quest'ultimi sublimati in "Greenwidth", viaggio ipnotico per esploratori interstellari.
Ma basta parole: il disco, rimasterizzato e riportato alla luce da Warp Records, è un atto di archeologia sonora che non sapevamo di attendere, ma di cui avevamo bisogno.
25/10/2025