Il sodalizio tra Rossano Polidoro ed Emiliano Romanelli prese forma all’alba del nuovo millennio nel moniker Tu M’, in omaggio all’omonimo dipinto di Marcel Duchamp: un titolo traducibile con un “tu… me” privo di verbo, dove il compito di completare il senso ricade sull’osservatore. Nella musica dei Tu M’, la stessa responsabilità grava sull’ascoltatore. Nato dall’intenzione di stabilire una connessione tra ambient, glitch e drone, il duo distilla un concept delineato da fiochi contorni: un altrove mai localizzato, un divenire sfocato. Anche un progetto video-installativo e fotografico, il cui materiale dall’estetica riduzionista è rintracciabile nel loro sito.
Il terzo volume di “Monochromes” giunge a sedici anni dal capostipite, pubblicato postumo: il duo si era ufficialmente sciolto nel 2012, e da allora le loro emissioni si erano dissolte nel reticolo sotterraneo del web che li aveva nutriti. Come un Celer sui fondali dell’oceano, il disco esplora il cosmo tra carezze droniche e increspature crepuscolari, una sorta di Stars Of The Lid trasformati in computer music minimalista, privati di ogni ancoraggio materico. “Vol. 3” prosegue l’incanto dei predecessori con nove brani inediti. A parlare è il respiro di onde sintetiche, come un Brian Eno dilatato tra due mondi, in una quiete che disintegra l’io per dissolverlo nell’eterno.
L’opera raccoglie registrazioni dal vivo create per un’installazione A/V a Città Sant’Angelo, nell’estate del 2008: armati di due laptop, due mixer, due casse e un videoproiettore, propongono uno studio sulla fragilità, dove dissolvenze audio-video e sospensioni sonore fanno da perno a loop infiniti. Il teorema ambient trova parallelismo con il concetto buddhista di goccia nell’oceano, una diluizione armonica dell’identità dove l’individuo si smaterializza in un respiro più ampio. Affiora il ricordo del miglior William Basinski, e i Tu M’, senza mai alzare la voce, suggellano la forza di un trittico discografico gravitante solo attorno al proprio respiro.
01/05/2025