Leggendo in giro di questa nuova band della città di Cork (la seconda più grande d'Irlanda), ci si può imbattere nella bizzarra, o quantomeno forzata, definizione di post-Fontaines Dc. Come se davvero si potesse parlare di un prima e dopo la band di Dublino. Certamente i Cardinals siedono bene in questo nuovo filone di post-punk all'irlandese, quello iniziato con la Gilla Band e ormai composto di almeno una decina di nomi caldi, per intenderci. Le differenze tra le due band sono però davvero sostanziose.
Molto sinteticamente, se per i Fontaines Dc il folk locale è un ingrediente tra i tanti, che finisce col caratterizzare davvero solo una piccola percentuale di brani, per i Cardinals è la componente madre.
Agli strumenti tipici di una formazione post-punk, del quale mutuano comunque pose e attitudine, i Cardinals affiancano la fisarmonica (suonata da Finn Manning) praticamente in ogni brano – non è sempre presente in studio, ma nelle esibizioni dal vivo fa spesso comparsa anche il violino. La componente folk non è una mera questione di strumenti, ma anche di scrittura e interpretazione, con le chitarre elettriche che seguono progressioni da ballata tradizionale e le melodie che ricordano il canto popolare.
Va poi citata “The Burbning Of Cork”, una canzone sicuramente a trazione elettrica, ma anche un vero e proprio numero da cantastorie, ispirato dal tragico evento del 1920 – in piena guerra di indipendenza irlandese.
L'abbraccio tra chitarre elettriche e fisarmonica è perenne e suggestivo. Possono prevalere le prime, come nelle movimentate ballad romantiche “She Makes Me Real” e “I Like You”, o la seconda, nel caso ad esempio di una “Masquerade” memore delle ballate malconce di Shane McGowan. O, ancora, possono scambiarsi perennemente di ruolo e poi sovrapporsi, come capita nel singolo “Big Empty Heart”.
Anch'esso scelto come singolo, “Barbed Wire” è in tutta probabilità il pezzo da novanta del disco. È insieme il numero più gotico e più popolaresco. Teso ed elettrico com'è, sembra una protest song, è invece un'oscura riflessione sull'alienazione, simboleggiata qui dal filo spinato – un oggetto che offre riparo, ma allo stesso tempo ferisce.
A Euan Manning (voce, penna e chitarra) e i suoi manca forse un po' di creatività nei frangenti di stanca, quando al disco gioverebbe qualche variazione in più. E' il piccolo neo di una formazione che fa il suo esordio con un album e un sound di grande impatto, che ha però dalla sua la giovane età dei membri (tutti tra i ventuno e i ventiquattro anni) e, dunque, il tempo.
11/03/2026