Quella di Fenriz e Nocturno Culto è una missione. Anziché guardare avanti, bisogna tornare indietro, immaginando cosa potrebbe essere la musica heavy se a suonarla ci fossero due uomini delle caverne. Non a caso, il video della title track uscito qualche tempo fa ci ha sbattuto in faccia dinosauri di ogni risma, oltre a un brano orientato verso quello che potremmo definire uno speed metal primordiale: un pezzo caotico e strampalato, forse improvvisato da un progetto che comunque può permettersi di campare di rendita dopo aver scritto le pagine più importanti della storia del black metal.
Ovviamente una domanda sorge spontanea: se sulla copertina del disco sparisse per magia il logo dei Darkthrone, sostituito da quello di una band sconosciuta, che tipo di riscontri potrebbe avere “Pre-Historic Metal”? Perché la caduta libera, salvo qualche discreta eccezione, è cominciata poco tempo dopo “Panzerfaust” (è il 1995 quando i due scandinavi realizzano il loro ultimo vero capolavoro).
Con questo ritorno, le aspettative non erano certo elevate, ma ci si poteva comunque assestare sulle coordinate del ruvido “The Underground Resistance” (2013), il loro miglior disco degli ultimi vent’anni. Invece qui da salvare non c’è molto, a parte il bel riffone che apre “They Found One Of My Graves”, la cavalcata rocciosa di “Deeply Rooted” o ancora le tentazioni speed di “The Dry Wells Of Hell” (dove l’ugola di Fenriz si lancia nuovamente in stiduli acuti di antica memoria).
Tra le varie influenze presenti in “Pre-Historic Metal”, c’è come sempre una componente doom non tracurabile, a cui bisogna sommarne un’altra di ispirazione blackened crust, senza dimenticare il punto di riferimento principale dei Darkthrone, ovvero gli Hellhammer/Celtic Frost. Tuttavia, trascorsi ormai oltre quarant’anni dalla golden age dell’heavy metal nella sua forma più tradizionale, l’operazione nostalgia messa in atto dai due norvegesi suona più come un esercizio di (non) stile realizzato con il solito pilota automatico: l’album è sicuramente migliore del poco felice “It Beckons Us All…” (2024), ma siamo almeno due spanne sotto rispetto al roccioso “Old Star” (2019), restando confinati nella loro fase più recente. Una fase alquanto bislacca che guarda dritta a un immaginario da paleolitico, facendoci anche sorridere un po’.
17/05/2026