La notte non è fatta per prendere decisioni definitive, ma per portare consiglio, è sinonimo di trasformazione e di incedere verso il nuovo. Lo sa bene Koko Moon, al secolo Costanza Delle Rose, ex-Be Forest, il cui breve e minimale debutto da solista (come Koko) “Shedding Skin” (2021) era stato un processo di catarsi notturna che ci aveva lasciato con un finale aperto, in attesa di un nuovo capitolo. Dopo i singoli “UFO” e “Sleep Demons” pubblicati nel 2023, è notte (rigorosamente lynchiana) ancora una volta in “Let The Wild Run At Night”. La musicista pesarese ha composto e prodotto assieme a Tobia Poltronieri (C+C=Maxigross) il sophomore e ha deciso di fare ritorno in Italia dopo una lunga avventura londinese.
I paesaggi sonori bui sono costituiti da pop sognante, elettronica, ed echi e riverberi shoegaze, con un focus su basso e synth, dettagli che contribuiscono a conferire uno stile cinematico all’opera, dove la protagonista si muove tra rimandi ai Blonde Redhead, al pop psichedelico di “Forever Dolphin Love” di Connan Mockasin, a “All Of Us Flames” di Ezra Furman, all’alt-folk dei Big Thief, oltre che ai chiaroscuri tipici delle colonne sonore dei film di David Lynch, mentre le tracce risultano collegate dal punto di vista tematico da un sottile fil rouge: il non dover giustificare continuamente al mondo le proprie scelte e la propria esistenza.
Le interferenze e i pensieri intrusivi di “Sirio A” introducono subito un fattore inedito, si tratta infatti del primo dei due brani presenti nell’opera cantato in italiano da Koko, e dettano l’incedere della prima metà dell’album, che in particolare con la successiva coppia di tracce indaga disorientamento e identità dai contorni ancora sfocati.
Fa seguito la bassline solida di “Little Planet”, tra i momenti di spicco del disco, mentre sulle note di “City Of Wonders” pare di vedere l’artista esibirsi sul palco del Bang Bang Bar di “Twin Peaks” nei panni di Julee Cruise. “Love Me” è un faccia a faccia allo specchio che richiama inizialmente da lontano ricordi degli Yeah Yeah Yeahs per poi virare verso ritmiche quasi tribali in chiusura, cedendo il passo al delicato episodio folk “Red Car”.
I can let myself just be
I don’t have to fix everything
And I can still find peace in the wild of secret things
A inaugurare la seconda parte sono le vibes orientali di “Sirio B”, dove la voce dell’artista si intreccia a quella di Marta Del Grandi, sovrapponendosi agli strati di synth in crescita e dominando le trame di batteria sullo sfondo, mentre “Wild Heart” sembra uscire direttamente dalla colonna sonora di “Fuoco cammina con me” e nella sua intro è possibile percepire reminiscenze di Siouxsie & The Banshees. “Feel Everything” è una dichiarazione di intenti, urla la necessità di provare ogni singolo sentimento ed emozione, tra suadenti sibili di sax e vezzi à-la PJ Harvey; ad essa segue la seconda traccia con liriche in italiano, “Croste”, che scivola verso memorie di Ex:Re, progetto di Elena Tonra (Daughter).
La conclusione aperta è lasciata alle immagini oniriche di “What Am I Looking For?”, simbolo e punto di (ri)partenza per una continua ricerca senza meta, divisa tra timore dell’ignoto e voglia di restare in movimento. Non vi sono dunque risposte concrete, in “Let The Wild Run At Night”, ma nuovi orizzonti, spazi conquistati e ancora da conquistare, nei quali poter essere noi stessi, sbagliare, senza timore della propria fragilità o diversità, accettando il nostro lato più sensibile e istintivo di creature non addomesticabili.
09/04/2026