SNAIL MAIL - Ricochet

2026 (Matador)
indie-pop, indie-rock, songwriter

I will be dying and so will you, and so will everyone here. That’s what I want to explore. We’re all hurtling towards death, yet here we are for the moment, alive. Each of us knowing we’re going to die, each of us secretly believing we won’t.

(Da “Synecdoche, New York” di Charlie Kaufman, 2008)

Tra le maggiori cantrici della Gen Z, insieme a Phoebe Bridgers, Julien Baker, Lucy Dacus, Fenne Lily e molte altre, Lindsey Erin Jordan aka Snail Mail ha iniziato a scrivere di giovani amori fin dall’esordio “Lush” (2018), facendosi conoscere ancor di più con il prosieguo intimo, crudo e velato di disillusione “Valentine”, che ci ha riscaldato i cuori nel novembre del 2021. Tra i temi portanti del terzo capitolo “Ricochet”, prodotto da Aron Kobayashi Ritch (Momma, Been Stellar, Hotline TNT, Miss Grit), vi sono nuovamente le relazioni, ma da una prospettiva differente, ovvero quella esistenziale, del tempo che scorre inesorabile, a cui si accodano i concetti di mortalità e determinismo. La copertina non ritrae l’artista come nei precedenti episodi, ma contiene qualcosa di metaforico: una conchiglia pietrificata a forma di spirale (o fossile di ammonite), a cui si associa una doppia valenza, quella di un collasso interiore, ovvero un tormento, e una più esteriore, come senso di vertigine dell’infinito (oltre a richiamare simbolicamente lo stesso nome d’arte della cantautrice).

And a sour taste is all I’ll bе

In a bitter part of your memory

You can cast my lettеrs to the sea

But you can’t find anyone else like me

Il sipario si alza sulla velata malinconia orchestrale dal sottotono agrodolce dei versi di “Tractor Beam”, che mette in mostra da subito l’attitudine tra pop e rock alternativo (spesso lievemente declinato in chiave gaze) a cavallo tra nineties e inizio Duemila che permea il disco, così come il cantato controllato di Jordan, proveniente da una dura riabilitazione e fase di terapia del linguaggio, a seguito di un’operazione per dei polipi alle corde vocali, quindi in parte necessario ma comunque in linea con le liriche e le sonorità scelte.

La chitarra della leggera “My Maker” guarda in direzione di Ivy e Sixpence None The Richer, mentre tra gli archi dell’incantevole “Light On Our Feet” si annidano i semi tipici della fulgida melanconia delle ballad degli Smashing Pumpkins. L’asse si sposta di poco con i fiati di “Cruise”, includendo rimandi pop ai Sundays, per poi scurire gradualmente le atmosfere lungo la valida “Agony Freak”, difficile da inquadrare con il suo andamento iniziale giocato su aggiunte sintetiche e chitarre lucenti fino al bridge dai riverberi emo e nu-gaze

A metà esatta dell’opera si colloca la principale vetta “Dead End”, dove a farla da padroni sono sing-along di lontana memoria britpop, semplici ma ben riusciti, e guitar-riff brillanti, a cui fa seguito la veloce “Butterfly”.

L’ultima parte dell’opera risulta un po’ calante a livello di sound con “Nowhere”, traccia che trae ispirazione dalla poesia “The Two-Headed Calf” di Laura Gilpin, il timore della morte espresso in “Hell”, il prepotente ritorno degli archi in prestito da Billy Corgan e soci in “Ricochet” e la chiosa “Reverie”.

Sobrio (e forse un filino troppo frenato in ultima battuta) ritorno sulla scena per Jordan, “Ricochet” rappresenta la fase di passaggio definitiva verso la maturità e una piena consapevolezza, ricordandoci che quelli della felicità non sono che battiti effimeri dei quali a posteriori ci resta solo una fragile ombra da custodire.

21/04/2026

Tracklist

  1. Tractor Beam
  2. My Maker
  3. Light On Our Feet
  4. Cruise
  5. Agony Freak
  6. Dead End
  7. Butterfly
  8. Nowhere
  9. Hell
  10. Ricochet
  11. Reverie