High On Fire

High On Fire

I messia elettrici

In un mondo musicale dove il rock duro e puro era sempre più raro, è nata una band tra stoner-metal e sludge che ha creato un sound devastante, puntando alla potenza e l'intensità con incrollabile determinazione e diventando la degna erede, quantomeno nello spirito, dei Motorhead

di Antonio Silvestri

A fine degli anni Novanta una parte importante del panorama della musica hard’n’heavy si presenta come un territorio estetico dal quale è più facile fuggire che restare. La via più battuta è quella della contaminazione e del crossover, spesso attingendo da ambiti estranei all'hard’n’heavy tout court. Nello stoner-metal sono già stati pubblicati i capolavori fondativi e gli album che hanno costruito altri grandi album sulle intuizioni di quelle opere, così la scelta è spesso spietata: concludere la propria attività e passare ad altro, come i Kyuss, o aprirsi ad altre contaminazioni.
Restare, invece, pienamente fedeli a un sound, e a una cultura, con profonde radici nella tradizione del rock hard’n'heavy è un percorso intrapreso da pochi e, spesso, con risultati modesti. Troppo spesso scompare la componente blues, e quindi più emotiva e settantiana, altre volte si perde la capacità di costruire brani memorabili che non siano solo copie sbiadite dei propri miti. Per molte band rimaste in attività si apre una fase di fisiologico declino creativo, seguita da un pubblico sempre più invecchiato.

Una delle più importanti eccezioni è rappresentata dagli High On Fire, che si sono imposti nel primo quarto di questo secolo come un esempio più unico che raro di credibili eredi dell’anima ultra-rock’n'roll dei Motorhead in generale e di Lemmy Kilmister in particolare, trasfigurata alla luce del rock più duro e pesante degli anni Novanta. Alle declinazioni più intellettuali di tanti colleghi, e a ganci pop di altrettanti altri, gli High On Fire contrappongono una discografia di musica assordante, che attinge a seconda dei momenti dallo stoner-metal, dallo sludge, dal thrash-metal e dallo speed-metal alla costante ricerca di brani ancora più potenti, maestosi, feroci e muscolari. I punti di riferimento saranno pure quelli di tanti altri, dai Black Sabbath in giù, ma la loro è una sintesi colossale che, per di più, eleva al quadrato la potenza sonora. Questa musica sporca e cattiva è diventata, di album in album, l’occasione per immergersi da capo a piedi nello spirito più selvaggio del rock’n'roll, senza piegarsi (quasi mai) a una più accessibile componente melodica che attirasse anche gli orfani del post-grunge.

Il risveglio: auto-difesa e ladri

highonfirecorpo1_01Gli High On Fire nascono nel 1998 come un trio formato dal chitarrista degli Sleep Matt Pike, impegnato anche alla voce, dal batterista Des Kensel e dal bassista George Rice. Se Pike è il più conosciuto dei tre, per il suo contributo fondamentale in un album come “Jerusalem” (1999), la vera arma segreta è Kensel, un batterista al contempo fantasioso e terremotante, capace di fungere da propulsore dei brani e guidandone gli sviluppi con una maestria che finisce, a tratti, per ridurre persino il ruolo centrale delle chitarre. Le sue soluzioni ritmiche sono spesso caratterizzate da percussioni tribali e velocità molto sostenute ma, nel corso della discografia, Kensel si dimostrerà notevolmente più eclettico di quanto possano suggerire le prime pubblicazioni a nome High On Fire.
Il già citato Pike abbraccia negli High On Fire un chitarrismo che unisce i Black Sabbath e Jimi Hendrix, i Melvins e i Metallica e che trova spesso la più diretta ispirazione, soprattutto dopo i primi album, in dei Motorhead riletti nel tentativo parossistico di suonare come la loro quintessenza. Questa affinità con la band di “Ace Of Spades” è ancora più evidente nel cantato che, dopo degli inizi più tipicamente stoner-sludge, virerà dopo verso una versione invasata di Lemmy Kilmister.
Considerata la proposta della band, che è spesso una questione di potenza del sound più che di innovazione o estro compositivo, un ruolo centrale nella carriera degli High On Fire è rivestito dai produttori, che hanno l’arduo compito di incanalare la potenza dinamitarda del trio nei nostri timpani. Una parte sostanziale delle differenze tra un album e l’altro è riconducibile proprio al cambiamento del personale di studio.
 
Nel 1999 la band registra un Ep di tre brani, poi confluiti nell’esordio The Art Of Self Defense (2000), pubblicato dalla Man's Ruin e prodotto da Billy Anderson. I soli sei brani presenti sono già un concentrato di potenza, sin dall'iniziale "Baghdad", una cannonata stoner-metal ruvidissima, spezzata da un lungo assolo di chitarra. Nei quasi otto minuti di “10,000 Years" rivive lo spirito dei Kyuss, anche nella lunga coda di psichedelia assordante. È tutta questione di intensità “Blood From Zion”, mentre “Last” rallenta quanto basta per espandere il registro chitarristico a un blues acido e assordante mentre Kensel dà per la prima volta prova del suo estro.
“Fireface”, ancora un brano esteso che questa volta supera gli otto minuti e mezzo, apre macinando un riff lugubre, poi raddoppia la velocità e quindi, tra mitragliate ritmiche che si ripetono ciclicamente, procede fino a un lungo assolo di chitarra che anticipa la coda con rallentamento doom. Il gran finale è affidato a “Master Of Fists”, oltre dieci minuti aperti da un riff che più Black Sabbath non si può; l’arrangiamento si fa appena meno claustrofobico per lasciare spazio a un primo assolo lirico di chitarra distorta, ma prima del quarto minuto Pike azzanna il microfono sillabando il testo con ferocia; al sesto minuto il ritmo cambia, il brano segue un passo panzer martellante e l’atmosfera si fa irrespirabile, con miasmi acidi riflessi nei riverberi della voce; il finale, un po' deludente, dissipa l’energia in un’ultima e relativamente fiacca esplosione, indegna del massacro assordante dei dieci minuti precedenti.
 
Il secondo album Surrounded By Thieves (2002), per la Relapse e sempre con Billy Anderson come produttore, ha l’ingrato compito di trasformare la potenza dell'esordio in qualcosa di più, per evitare che la band si limiti a ingrossare le fila degli amanti dei Black Sabbath e dello stoner-metal che (soprattutto) da loro ha preso ispirazione. È l’ultimo album con il bassista George Rice.
Questa volta i brani sono generalmente più brevi, ancora più potenti e più veloci: in tre minuti in meno ne propongono otto invece di sei.
Il minaccioso rombo subsonico che apre “Eyes And Teeth” presenta al meglio un album che costruisce strutture estremamente tese per poi prodigarsi in deflagrazioni spettacolari, in questo specifico caso ripartendo a metà per lanciarsi in un turbinante assolo di chitarra. Quando Kensel è particolarmente in forma, come nella devastante "Hung, Drawn And Quartered” con il suo vorticare instancabile di batteria, la band giunge a nuove vette d’intensità, con Pike che sembra invasato.
Il sound velenoso e assordante è l’elemento centrale nelle varie “Speedwolf” e “The Yeti”, ma, pur nella generale omogeneità, la veloce e minacciosa “Nemesis”, di nuovo grazie a un Kensel tentacolare, trova una sua dimensione peculiare.
La lunga “Thraft Of Caanan”, che spicca per lo sviluppo meno lineare, è un’epopea sludge-stoner che contrasta con la più diretta title track, un altro grande momento per Kensel. La chiusura con “Razor Hoof”, non a caso, si distingue per una corsa ultra-distorta e compressa con la batteria protagonista.
Surrounded By Thieves prosegue un percorso di sintesi e affinamento e forma con l’esordio un dittico di inizio carriera che suonerà particolarmente soddisfacente per chi ha nel cuore i suoni duri e grezzi di certo rock e metal anni Ottanta e Novanta.

La benedizione di Steve Albini

highonfirecorpo2Blessed Black Wings
(2005) ha due importanti novità: Joe Preston dei Melvins al basso e soprattutto Steve Albini alla produzione. È anche il loro album più smaccatamente ispirato a Lovecraft e ai suoi racconti, spunti iniziali “The Face Of Oblivion" e "Cometh Down Hessian".
L’intensità dei primi album viene superata dall’opener “Devilution”, un turbine tribale su cui monta un thrash-punk furente, cantato con la bava alla bocca. La succitata “The Face Of Oblivion” mostra però anche maggiore complessità nella scrittura, meno lineare: interludi tensivi, un assolo blues, una lugubre sezione tra elettrico e acustico e un finale dal cantato più educato ne fanno una strana declinazione del prog-metal intrisa di orrore cosmico.
Il sound corazzato ha acquisito maggiore profondità e dettaglio, tanto che risaltano nuovi dettagli melodici (“Brother In The Wind”) da affiancare a cavalcate folli rese ancora più spaventose da alcuni tocchi teatrali (l’eco alla voce in “Cometh Down Hessian").
Rimane comunque materiale per timpani particolarmente allenati, come ribadiscono i quasi otto minuti di "Blessed Black Wings”, con un riff iniziale degno degli Slayer e un’intensità ossessiva soprattutto nel finale, e “Silver Back”, l’hardcore-punk imbastardito dal metal estremo.
Si delinea però anche una band che vuole mettere la potenza al servizio di brani più ambiziosi e creativi, come: la danza indiavolata di "To Cross The Bridge”, propulsa da una cellula folk e poi lanciata in un turbinante amalgama di potenza che spazzola soluzioni da molto del metal anni Ottanta chiudendo con un muro distorto annichilente; “Songs Of Thunder”, una suite strumentale che richiama l’eclettismo dei Celtic Frost costruendo un climax drammatico sospinto dal solito Kensel tribale e tentacolare ma anche dalle chitarre, che coprono soluzioni dal semi-acustico all’assordante.
Con questo terzo album, gli High On Fire si propongono come una band capace anche di lavorare sulle atmosfere oltre che sulla potenza, anche grazie a un nuovo spessore narrativo dei brani, alle volte accostabili allo spirito del prog-metal o comunque del metal più ambizioso.
 
Le ispirazioni letterarie si allargano da Lovecraft a David Icke, famoso sostenitore della teoria del complotto rettiliano, e alla Bibbia in Death Is This Communion (2007), prodotto da Jack Endino e con Jeff Matz al basso. Mentre il sound si è fatto meno spaventoso in termini di impatto e dinamica, la vicinanza con i Motorhead si fa più evidente già nell'iniziale "Fury Whip”, soprattutto per il canto di Pike.
Ritornano i brani con sviluppi articolati, come "Waste Of Tiamat” e “Cyclopian Scape”, e si aggiungono brevi stravaganze fuori dal solito canone hard’n’heavy (“Khanrad’s Wall” è folk-metal; “Head Hunter” è un assolo di batteria) ma è in "Death Is This Communion”, otto minuti e mezzo abbondanti, che trovano un nuovo classico per la loro discografia: la nuova epopea sludge-metal assume toni mistico-allucinatori, con Pike che arriva a sussurrare alcuni versi come in preda a visioni.
Senza un sound travolgente come quello del terzo album e con la ripetitività che inizia a farsi sentire, però, l’album si ricorda soprattutto quando gli High On Fire cercano nuove direzioni senza tradire troppo il loro passato, come nell'epico e malinconico strumentale “DII”, accostabile a certi Earth più melodici, e nella spettacolare “Ethereal”, che si apre con un duello tra batteria e chitarra prima di diventare un minaccioso colosso metallico su cui Pike canta in tono disperato, vibrante di dramma.
Si chiude idealmente un altro ciclo, perché la band è ormai sempre più esplicitamente alla ricerca di un cambiamento che ridoni linfa al suo sound.

Serpenti, vermi e Kurt Ballou

highonfirecorpo3Snakes For The Divine (2010), prodotto dal navigato Greg Fidelman (Metallica, Black Sabbath, Slipknot, Red Hot Chili Peppers, Bush, Audioslave, Marilyn Manson, Slayer e System Of A Down) e ancora una volta attraversato da interessi per le teorie del complotto rettiliano, cerca di trasformare la violenza impetuosa degli esordi in una musica più atmosferica e melodica, lavorando sugli arrangiamenti e pestando di meno sui volumi.
"Snakes For The Divine" apre con riff quasi power-metal, da amalgamare all’anima stoner-sludge che già conosciamo. La dinamica è simile nel thrash-stoner-sludge di "Frost Hammer", finché la melodia non smette prepotentemente sotto forma di una cullante cantilena, e nella cavalcata tra Motorhead e Sepultura di "Fire, Flood & Plague"; è questa la dimensione meno devastante del loro sound, in cui suonano melodie a volumi imponenti, come nella lunga "Bastard Samurai".
La furia ritorna dello stoner-hardcore degno dei Boris più invasati "Ghost Neck" e contrasta vivamente con la melodica e assordante "How Dark We Pray", sviluppata in un clima apocalittico e graffiata da un lungo assolo bluesy.
Il nuovo corso è quindi quello di inserire qualche dose di novità in una formula ben rodata, affidandosi principalmente alla destrezza di Pike alla chitarra e di Kensel alla batteria. 
 
Il sesto De Vermis Mysteriis (2012) punta su un lasco concept sul viaggio nel tempo e sfrutta la produzione di Kurt Ballou, membro dei Converge, destinato a diventare un nome fondamentale per la seconda parte della carriera della band.
I Motorhead in versione mostruosa di "Serums Of Liao", con Kensel che costruisce una danza di guerra nella tempesta sonora, e l’appena più lenta "Bloody Knuckles", uno stoner-thrash-metal dei loro, anticipa  il singolo spaccatimpani "Fertile Green", un thrash-metal martellante cantato con furia cieca.
I midtempo atmosferici per chitarra distorta di "Samsara", cullante e melodico, e quello più malinconico di “King Of Days”, solenne e tragico, servono a spezzare per un attimo un assalto che altrimenti sarebbe monolitico. La closer “Warhorn” è invece un cavallo di troia: sembra un brano tra quelli atmosferici, ma nasconde delle esplosioni dove s’innalza una muraglia di distorsioni spaventosa.
Assalti sonori come lo stoner-thrash di "Spiritual Rites" o il marcio sludge-metal di "De Vermis Mysteriis” sono elettrizzanti persino per chi frequenta questi lidi sonori, il risultato di un affinamento della malvagità del sound durato quasi tre lustri.
 
L’affinità con Kurt Ballou prosegue su Luminiferous (2015), un altro giro di giostra tra Motorhead in versione ossessiva, stoner-sludge-thrash-metal a volume assordante e tutto l’armamentario di trucchi del mestiere acquisito con l’esperienza. Se le novità latitano, l’alternarsi di brani feroci e assordanti con altri più atmosferici continua a rendere gli ascolti sufficientemente variegati e godibili, quantomeno per chi è sempre in cerca di musica fangosa, sporca e maledetta.
La veloce “The Black Pot” dà fuoco alle polveri così che la scaletta possa proseguire tra altri brani corazzati e cadenzati, come la relativamente melodica “The Falconist”, alternati ad alcuni momenti particolarmente frenetici, come “Slave The Hive”.
L’emozionante “The Cave” usa anche chitarre psichedeliche e una voce filtrata in stile “Planet Caravan”, si suddivide in sezioni come un brano progressive e dondola minacciosamente in midtempo ad alto tasso di decibel. La title track, aperta da un Kensel in modalità berserk, è uno dei brani più devastanti dell’intera carriera e, dunque, uno dei più devastanti per tutto il metal contemporaneo.
La conclusiva “The Lethal Chamber” tira forse troppo la corda nei suoi nove minuti ma i patti erano sicuramente chiari da subito: è musica per tramortirsi i timpani, durissima e assordante.

In adorazione del messia elettrico

highonfirecorpo4Anche per la mancanza di un’ampia concorrenza, gli High On Fire degli anni Dieci guadagnano progressivamente punti presso la critica, come alfieri di un modo di intendere l’hard’n’heavy ormai estinto. A coronare questa loro funzione arriva l’album tributo a Lemmy Kilmister, Electric Messiah (2018), salutato da più parti come il capolavoro della carriera o quantomeno l’album che porta a compimento un percorso ormai ventennale.
L’intensità di “Spewn From The Earth” introduce a una scaletta traboccante del loro rock'n'roll sotto steroidi con una cannonata dove la band suona compatta nel portare all'ascoltatore un’energia furiosa e un sound ruvido e potente. La più lenta “Steps Of The Ziggurat/ House Of Enlil” in oltre nove minuti sfrutta minacciosi midtempo e turbinanti acrobazie alla batteria per innervare di tensione la musica, mentre le chitarre fungono soprattutto da forza bruta. 
È con “Electric Messiah” che la band supera se stessa, lanciata a velocità folle in una “Bomber” indiavolata, una versione caustica dei Motorhead e un inno epico per Lenny Kilmister, con Pike al suo apice come cantante-licantropo-zombie e con Kensel che si conferma inarrestabile.
All give praise as the ace hits the stage
All are amazed at the cards that he played
My homage paid to the king in his grave
He’s playing bass & he’s melting your face
All give praise as the ace hits the stage
All are amazed at the cards that he played
I dieci minuti e mezzo di “Sanctioned Annihilation”, con avvicinamenti al death-metal nella chitarra e una danza di guerra al posto di un normale groove, dimostrano il livello di teatralità a cui sono inaspettatamente arrivati, con un senso della tensione degno dei grandi del rock duro.
I rock’n'roll corazzati, come la fulminea “Freebooter” e soprattutto “The Pallid Mask”, con Pike che è trasfigurato in un urlo mostruoso e gli strumenti che pestano torbidi, sono ormai il loro sport. Che riescano a costruire attorno una giostra grottesca di percussioni da guerra, grida infernali, progressioni lugubri e assoli drammatici come in “God Of The Godless” è comunque sorprendente, uno schiaffo a chi immaginerebbe una musica tanto sporca e cattiva come, automaticamente, senza inventiva: ad ogni occasione, gli High On Fire trovano un modo per rinfocolare l’energia, alimentare la tensione, azzannare i timpani dell’ascoltatore distratto.
Appena alzano sull’acceleratore e sulla ferocia, nella conclusiva “Drowning Dog”, Pike si scopre un chitarrista più espressivo che mai, persino ricercato nel riff che apre.

La tempesta perfetta

highonfirecorpo5Nel 2019 Des Kensel abbandona la band per essere sostituito da Coady Willis dei Big Business, non a caso anche ex-Melvins. Curiosamente, l’avvicendamento arriva pochi mesi dopo la premiazione ai Grammy come “Best Metal Performance”, il riconoscimento più mainstream della storia del gruppo. Di fatto, gli High On Fire riducono la propria attività nel periodo successivo, se si esclude la collaborazione all’album-tributo Löve Me Förever: A Tribute To Motörhead (2022)
 
Cometh The Storm (2024) è un atteso ritorno in formato album che cerca di raccontare il presente, tra conflitti che minacciano catastrofi atomiche e fin troppo recenti pandemie. A livello di sound e di composizioni, ripropone la musica sporca e cattiva di sempre, suonata a volumi assordanti e prodotta sempre da Kurt Ballou. D’altra parte, Pike è più espressivo che mai nel suo stile ipercinetico e licantropo, mentre il nuovo arrivato Willis riesce a non fare rimpiangere Kensel, intervenendo a ogni occasione utile per rinfocolare l’energia dei brani, ispessire il muro sonoro e sottolineare i cambi di velocità, atmosfera e intensità.
L’opener “Lambsbread” è di nuovo un ibrido tra Melvins e Motorhead, con un’inattesa sfumatura di musica mediorientale. Aggiunto un altro stoner-sludge dei loro alla discografia (“Burning Down”), gli High On Fire alzano la posta nella furiosa e mefistofelica “Trismegistus”, con Pike invasato e Willis implacabile a costruire uno stoner-metal dall'attitudine punk e malvagia. La title track apre a nuovi elementi compositivi, con un’introduzione tensiva prima delle solite, catastrofiche, distorsioni, e con la melodia vocale che vira al lugubre.
Cometh The Storm è, per i loro standard, un album che colpisce per come ricerchi più l’atmosfera che la sola potenza, sospinto dall'interpretazione travolgente alla voce, da un assolo truculento degno di Kerry King e da una coda termonucleare, dove anche l’esperienza di Ballou con la band si dimostra fondamentale.
Dopo un intermezzo di musica turca, un modo un po' diverso per riprendere il fiato, la seconda parte dell'album riscopre anche la loro anima rock’n'roll con “The Beating”, dove Lemmy e soci sembrano tornare in versione berserk.
Dopo alcuni brani più brevi e d’intensità sempre notevole, “Hunting Shadows” recupera la melodia, pur corazzandola di distorsioni. È però “Darker Fleece”, nei suoi dieci minuti, a fare la differenza: se nel lamento di chitarra elettrica compressa iniziale rivivono gli Sleep, il midtempo minaccioso che segue è la quintessenza della potenza sonora stoner-sludge-doom, una pasta sonora dove persino gli assoli di Pike rimangono in secondo piano rispetto alla danza di guerra imbastita da Willis; nella parte finale un rallentamento mostruoso conduce a un doom asfissiante, catacombale, l’ennesima e comunque magistrale estremizzazione dei Black Sabbath.

Se le novità, sotto forma di inserimenti di musica non occidentale, sono più curiosità che altro, Cometh The Storm è da consigliare a chi, ancora nel 2024, abbia fame di chitarre distorte e potenza e voglia assumere il tutto a volumi assordanti. Fuori da riletture intellettuali e contaminazioni che diluiscono fin troppo la materia originale, gli High On Fire si confermano paladini inossidabili di un modo estremo di intendere l’hard’h’heavy, più prezioso oggi che agli esordi, perché ormai raro. Di questo culto oscuro, che ha in Lemmy Kilmister il suo messia elettrico, loro sono dei cardinali sporchi e cattivi.

High On Fire

Discografia

The Art Of Self Defense(Man's Ruin, 2000)

Surrounded By Thieves(Relapse, 2002)

Blessed Black Wings(Relapse, 2005)

Death Is This Communion(Relapse, 2007)
Snakes For The Divine(E1 Music, 2010)
De Vermis Mysteriis(E1 Music, 2012)

Luminiferous(E1 Music, 2015)
Electric Messiah(E1 Music, 2018)
Cometh The Storm(MNRK, 2024)
Pietra miliare
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