Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 116 - Aprile 2021

di AA.VV.

01_silviadon_01SILVIA DONATI & NOVA 40 - VORTICE (Irma, 2021)
latin jazz, bossanova, samba

Fondere il Brasile e il jazz, ponendo al centro della trattazione il ritmo della samba e la malinconia della bossanova: questo il dichiarato obiettivo di Silvia Donati, già titolare in passato di numerose collaborazioni eccellenti. La sua voce è la ciliegina sulla torta di un prezioso lavoro svolto con l’accompagnamento di una vera e propria mini orchestra, pronta ad assecondare la scrittura di Silvia. Musicisti e compositori quasi tutti italiani, un notevole dispiegamento di forze per un prodotto dal sapore inequivocabilmente carioca. Le undici tracce contenute in “Vortice” alternano ad arte morbide nostalgie bossa (“Apaixonada”, “Fale claro”) con l’allegria tipica dei ritmi latini (“Sampinho”, “Toda colorida”), tradizionale dicotomia qui punteggiata dalla presenza di fiati lussureggianti sempre pronti a intervenire. Disco per ballare spensieratamente in spiaggia a piedi nudi, ma anche per lasciarsi cullare da ballate dense di saudade, “Vortice” rappresenta l’ennesima prova della straordinaria qualità dei musicisti italiani, nonchè il coronamento del percorso assolutamente virtuoso della cantante bolognese (Claudio Lancia7/10)


02_ennENNE - DÉMODÉ (Molto Forte, 2021)
electropop, synthwave, it-pop

“Quando mi va faccio canzoni, quando non mi va non le faccio.” Ermetica, sfacciata, un po’ cazzara, questa riga è l’unica informazione che Enne (al secolo Nicola Togni, bergamasco classe 1994) concede ai suoi ascoltatori (invero molti e in costante aumento) di Spotify. “E fattela venì più spesso sta voglia, Nicò” verrebbe da replicargli col suo stesso tono colloquiale e un po’ buffoncello. Perché i quindici minuti di “Démodé” sono un concentrato di energia, talento, piena coscienza del mercato musicale (sin da molto piccolo Togni si nutre e scrive di musica, anche ben diversa da quella che potete ascoltare qui) e, mica la si butta di questi tempi, voglia di vivere, uscire per strada e cantare. E’ una voglia difficile da contenere quando Enne fa esplodere il ritornello sgolato di “Goleador”, un openerche mischia l’it-pop strascicato e giovanile di Calcutta all’indie di Contessa e ai beat di Cosmo. Preferiste al canto la danza, non potrete resistere al motivetto di tastiera alla Battiato che sgomita tra i synth aerospaziali di “Valentine”. Ciccioni e fibrillanti i beat continuano a crescere nelle successive “Umani”, dove si flettono in un andamento funk à laDaft Punk, e “Flop”, dove franano sull’ascoltatore insieme alle bordate distorte dei synth. Si respira solo nel finale intitolato “Si vive insieme/Si muore soli” che conclude tra la malinconia una girandola lirica che snocciola pluviali citazioni pop culture e feels al ritmo di uno slang giovane e postmoderno (Michele Corrado7/10)


03_venusindVENUS IN DISGRACE - DANCEFLOOR NOSTALGIA (Lost Generation, 2021)
synth-pop, darkwave

Mai come in questo periodo si sente forte la nostalgia di dancefloor. E i Venus in Disgrace offrono un buon rimedio sonoro per combatterla. Il duo romano è formato dal critico musicale Fabio Babini e Max Varani dei Corpsefucking Art e Degenerhate. La loro storia inizia negli anni Novanta, precisamente sul finire della decade, quando nel 1999 pubblicano la prima demo omonima. Ciò che dovrebbe rappresentare il primo passo, in realtà sancisce l'inizio di un lungo iato interrotto solo nel 2021 con la pubblicazione del primo disco: “Dancefloor Nostalgia” per l'appunto, uscito per Lost Generation Records. La nostalgia dei Venus in Disgrace - degnamente anticipata dal primo trascinante singolo “Hedda Gabler” con Gianluca Divirgilio (Arctic Plateau) - è perfettamente incanalata nel synth-pop anni '80, per un flusso coinvolgente in cui non mancano ulteriori ospiti: Bez Yorke in “Delacroix”, Simone Salvatori e Francesco Conte (Spiritual Front) nella riuscita cover di “Summer On A Solitary Beach” di Franco Battiato (Alessio Belli7/10)


04_wojteWOJTEK - DOES THIS DREAM SLOW DOWN UNTIL IT STOPS? EP (Shove et al., 2021)
alt-metal

Terzo Ep per il complesso patavino dei Wojtek capeggiato dai fratelli Mattia e Morgan Zambon, “Does This Dream Slow Down Until It Stops?”, incorniciato da due numeri di particolare furia e viscere: la valanga death-core “Catacomb”, che peraltro passa anche per il grindcore e termina in uno stile goticheggiante, il tutto senza fratture e sempre forte nella sua emissione di ferinità e dolore, e il tifone sludge-noise di “XX Years”. Medesima stolida vena di metal insieme tonitruante ed enciclopedico del predecessore “Hymn For The Leftovers” (2020) il cui frasario però si potenzia d’ingredienti innovativi, nella brutale schizofrenia Fear Factory-iana di “Desensitized” con un dilatante schizzo industrial e una chiusa di fosco ambient-drone, e nella pura modellazione sonora di antri e paesaggi tremebondi (poi musique concrete con pianoforte) di “Rednetrab”. Concepito durante il lockdown, e almeno in parte lo si percepisce. Cordata di label: Shove Records, Teschio Dischi, Fresh Outbreak Records, Ripcord Records, Violence In The Veins (Michele Saran6,5/10)


05_metcaMETCALFA - SIOLENCE (autoprod., 2021)
elettronica, deep house

Metello Bonanno ha scelto il nome di un insetto, la metcalfa, come ragione sociale per presentare al mondo la propria musica. Anticipato dal singolo “Missing” ecco l’Ep d’esordio, “Siolence”, neologismo che fonde le due parole inglesi “Silence” e “Violence”. Batterista di estrazione jazz con la fissa per l’elettronica, Metcalfa fonde creatività, perizia tecnica, senso del ritmo e ricerca sulle timbriche, in sei tracce quasi completamente strumentali di “hybrid music”, così come l’ha auto definita l’autore, musica ibrida pensata come ideale congiunzione fra lo strumento primordiale per eccellenza, la batteria, e quanto di più innovativo di possa immaginare in campo musicale, l’elettronica. Ma nel processo compositivo entra in maniera determinante anche il pianoforte, contribuendo a delineare sei paesaggi sonori, quasi mini soundtrack, che alternano attimi di pura quiete (“Humming”, “The Unknown Machine”) a frangenti più movimentati (“1747”), fino a sfociare nella rilassante deep house da sunset bar di “If Necessary”, per complessivi sedici minuti di assoluta perfezione formale (Claudio Lancia6,5/10)


06_hellshHELLSHED - DEADLY SWEET & OTHER STORIES (Outlaw Swamp & Roll Records Production, 2021)
desert rock, blues-rock

Gli Hellshed con base in Inghilterra (ma di “origins unknown”, come specificato anche nel loro sito ufficiale), a seguito della pubblicazione dell'esordio “Home Sweet Home” del 2017, pubblicano quattro tracce raccolte in un Ep battezzato “Deadly Sweet & Other Stories”. Il terzetto formato da Professor OBScene, Vicar Du Bruit e Popa BAD - le cui figure campeggiano nello scatto di copertina - rimane fedele al suo credo blues-rock sporco e polveroso e rilascia un quart'ora vissuto e ispirato. L'ascolto parte con il riff granitico di “In The Block” (da cui è stato tratto anche un videoclip) e prosegue con “Tipsy (Shattered & Stuffed)” e i suoi intrecci di chitarre elettriche. Il ritmo e il mood rimangono vigorosi nella successiva “Bullets”, mentre a chiudere la danza nel saloon ci pensa la dolente “Deadly Sweet” (Alessio Belli6,5/10)


07_beercoBEERCOCK - HUMAN RITES (800A, 2020)
neo-soul

Fallita la collaborazione a nome Vossa con Gaetano “go-Dratta” Dragotta, l’anglo-siculo Sergio Beercock fa comunque salva l’impostazione “elettronica” a duo per proseguire il proprio cammino artistico dopo “Wollow” (2017). Rispetto a quel distinto debutto, che constava di arrangiamenti riccamente cameristici, il secondo “Human Rites” si asciuga dunque del tutto o quasi attorno alla propria voce e alla produzione di Fabio Rizzo, al punto che l’intero procedimento sembra a tratti una performance improvvisata tra i due. Picco estetico è subito “See You Around The Bend”, anthem tribale-sentimentale la cui essenza attinge nemmeno velatamente a gospel e spiritual, mentre “Feel Your Fall” suona come una sua versione assottigliata, una base techno per le acrobazie passionali del canto. “Unfolded”, analoga, è una lamentazione black condotta a ritmo di saltarello di bocca. Picco melodico è invece “Burn My Lyre”, sinuosa e trasformata in senso alieno. Deludenti quei tentativi che rientrano nella convezione della ballata soul, come “Name Of Things”; in questa tarda sezione di disco dedicata alla riscoperta di un arrangiamento più polposo svetta semmai la maghrebina con pianoforte “You And Your Nudity”. Album atteggiato più che ispirato, con un quid di bellezza sonora e un leitmotiv di coerenza stilistica nelle onnipresenti armonie corali in crescendo che, da sole, reggono e pure trasfigurano un esperimento non spinto fino in fondo. Nel solipsismo dei suoi mezzi minimi ha un’allegoria di liberazione, purificazione e sfogo di corpo e anima non disdegnando, di sguincio, la via digital-androgina propugnata da Arca (sentire l’interludio microelettronico “In Bliss”). Realizzato col sostegno di MiBact e Siae (Michele Saran6/10)


08_cesareauCESARE AUGUSTO GIORGINI - TUTTO DA RIFARE (autoprod., 2021)
songwriter

Già in line-up con la band prog-rock Blackbirch e con i londinesi Reckless Jacks durante un lungo soggiorno in Inghilterra, Cesare Augusto Giorgini per la prima volta tenta la strada dell’italiano. “Tutto da rifare” diviene così un nuovo punto di partenza per il cantautore modenese, dopo la pubblicazione a nome proprio, come solista, di un album (“Jeunesse Secrète”, 2017) e un Ep (“End Of An Era”, 2018). 29 anni, nome ancora poco conosciuto nella scena indipendente, dimostra grande efficacia sin dalle prime note di “Caffè”, il brano che apre questo Ep di cinque tracce. Molteplici i riferimenti rintracciabili, fra i quali spicca una certa prossimità con il lavoro di Giovanni Truppi, specie in “Mago”.  E se un pezzo come “Danae” evidenzia la dolcezza e il fare educato di Giorgini, la successiva title track mostra una certa curiosità per le opportunità offerte dall’elettronica. Si chiude con gli arrangiamenti elettro-acustici di “Balena”, a suggellare una prova per gran parte intima, riflessiva, ma che non rinuncia a qualche benvenuta increspatura, pronta a far scivolare la sua scrittura verso ritmi più incalzanti. Lo attendiamo al traguardo del prossimo album, per vedere se verrà confermata la scelta di esprimersi nella propria lingua (Claudio Lancia6/10)


09_calvinCALVINO - ASTRONAVE MADRE (Nufabric, 2021)
songwriter

Niccolò Lavelli ritorna alla creatività e prosegue il suo canzoniere a nome Calvino con “Astronave Madre”, finora forse proprio il suo più coerente con tale moniker per la dolce mestizia e il surrealismo quotidiano dei testi. Primo album in sei anni per l’autore di Romano di Lombardia, secondo con “Gli elefanti” (2015) che era un’affermazione, un culmine, per quanto improntato alla modestia. Questo, concentrato e coerente nel suo candore diffuso (zampino di Fabio Grande), va di rimessa rimpolpettante: un paio di pezzi riusciti non troppo, l’eponimo e “Il portinaio”, insieme a sette tentativi. Per ultrà dell’it-pop (Michele Saran4,5/10)


10_runawayhoRUNAWAY HORSES - BLACKSMITH (autoprod., 2021)
trip-hop

Andrea Morana, producer con base a Pisa, realizza l’oscuro “Blacksmith” a nome Runaway Horses come debutto. La cosa più intrigante è rilevare come molti dei suoi molti brani diventino via via vessillo di qualcosa che non quadra, e ogni volta in modo diverso. Già una delle prime, “Apart”, suona più che languida: fiacca, stanca. “Pour Benzene Into The Kids’ Pool” è una canzone hip-hop senza un buon rapper a sostenerla (solo qualche rap baritonale vagante), mentre l’analoga “Hourglass Pony” ha il problema opposto: una buona intuizione (rap di streghetta Lydia Lunch-iana) dispersa in un marasma downtempo interminabile. Il cantico decadente “Doom Dancer” potrebbe assurgere a qualche potenza scespiriana ma viene letteralmente soffocato dall’armatura dell’arrangiamento tecnologico. “Thoughts On The Verge Of Fame” è un altro esempio gotico, introdotto da tastiere ed elettronica digitale e affidato a una vocalist femminile operistica; qui manca un minimo di aggancio melodico (Morana non è Sam Rosenthal). La riscoperta del world-beat orientato alla dark-wave e alle lamentazioni maghrebine di “Perfume” è decente ma, di nuovo, impiega una vita per farsi apprezzare. Gli strumentali scoprono più tensione, anche se “Triangles Are Shapes” non va molto oltre l’imitazione del big-beat e del Moby commerciale. “Faraday Corpses”, una piccola fantasia di distorsioni atmosferiche, suona già più personale. Gli ultimi tre pezzi poi scadono semplicemente nell’anonimato. Mezzo-concept gotico sulla carta e zombiesco nella fattura, generoso e ampio quanto pesante e vuoto, con una non disprezzabile mise sonica (anche la kalimba) sprecata per uno stile cariatideo che cominciava a stancare già vent’anni prima. Vocalist: Aslaidon Zaimaj (vincitore di The Voice 2016) e Martina Vivaldi (interessanti i dischi solisti) (Michele Saran4/10)

Playlist
SILVIA DONATI & NOVA 40 - VORTICE (Irma, 2021)
ENNE - DEMODÉ (Molto Forte, 2021)
VENUS IN DISGRACE - DANCEFLOOR NOSTALGIA (Lost Generation, 2021)
WOJTEK - DOES THIS DREAM SLOW DOWN UNTIL IT STOPS? EP (Shove et al., 2021)
METCALFA - SIOLENCE (autoprod., 2021)
HELLSHED - DEADLY SWEET & OTHER STORIES (Outlaw Swamp & Roll Records Production, 2021)
BEERCOCK - HUMAN RITES (800A, 2020)
CESARE AUGUSTO GIORGINI - TUTTO DA RIFARE (autoprod., 2021)
CALVINO - ASTRONAVE MADRE (Nufabric, 2021)
RUNAWAY HORSES - BLACKSMITH (autoprod., 2021)
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