Dieci Piccoli Italiani

N.154 - Giugno 2024

01_behindba_600BEHIND BARS COLLECTIVE - BREAK FREE (Ciqala, 2024)
blues-rock

Supergruppo fondato da scafati musicisti della scena pugliese (Livia Monteleone, Bob Cilio e JJ Springfield), Behind Bars Collective debutta con “Break Free”. “No Mercy”, “Turn Off” e “C’Est La Vie” sono i gioielli con cui si presentano. “No Mercy”, intenso spiritual, è portato da un doppio canto: la voce prossima a Linda Perry e un lavorio di chitarra degno di Jimmy Page. Marciante e solenne, “Turn Off” sembra un pezzo mancante del “Volunteers” dei Jefferson Airplane. Ancora il suono della Baia trapela da “C’Est La Vie”, ma temprato da un andazzo più radiofonico. Le stesse vantano anche rispettivi doppelgänger: “Pacing The Cage”, per passo di condanna, grida melodrammatiche e chitarra funebre, è una “No Mercy” mutata a tregenda; “Lisa Montgomery” dà una veste schizofrenica e dolente (e rarefatta) a “Turn Off”; “Ward 81” rende incattivita, sferzante “C’Est La Vie”. Più che canzoni minori, “Mother” (un blues ipnotico) e “Like A Ghost” (un blues umbratile) si fanno meditazioni psichedeliche d’inquietudine in cui voce e chitarra procedono appaiate, all’unisono, senza apparenti conflitti. Forse il miglior disco rock italiano del 2024, ma il progetto è in realtà allargato: un concept sulla condizione dei detenuti e, soprattutto, il loro riverbero di rigetto nell’opinione pubblica, un laboratorio musicale nel carcere di Trani a tu per tu con i carcerati in via definitiva, un documentario - “Rock oltre la sbarre” (2024) - girato dallo stesso Cilio, un fumetto di Zerocalcare. Nonostante evitabilissime cover (Slim Harpo, Nick CaveTom Waits) pur scelte a tema ma perlopiù colpevoli di allungare il brodo, palpita d’una potenza acida sfavillante e vibra d’un uso sapiente, ancorché spontaneo, della canzone di denuncia in forma libera. Giù il cappello per la voce di Monteleone. Co-prodotto con Side 4 Music (Michele Saran6,5/10)


02_tristandacTRISTAN DA CUNHA - HIDDEN SEA (Dissipatio, 2024)
post-rock

Francesco Vara trasforma radicalmente in progetto ambient i suoi Tristan Da Cunha, sempre con Luca Scotti, per “Hidden Sea”, essenzializzandoli a segmenti sovrapposti di loop elettronici e vagiti di percussioni.  “Void” diffonde comunque fervore e impeto, e soprattutto coloriture timbriche (gong, sonagli, timpani), concrezioni ectoplasmiche e una finale eruzione di distorsione. I 7 minuti di “Blind Whale” non sono che una successione di eventi al rallentatore in un silenzio cosmico (tra cui una finale elegia di glissandi chitarristici attutiti, sbiadita rimembranza del loro primale post-rock). “Liar Spirit” assume i tratti di una pura divagazione Zen, anche se poi scomposta in una tensione tutta psichica, e si prolunga in “Chant Of Spirits”, eco di lamentazione ripetuto ad libitum in stile primo Steve Roach. Passato l’interlocutorio supergruppo Bosco Sacro, Vara riesuma la sua originaria personalità di modificatore del suono, Altaj, per approcciare con cocciutaggine metafisica e folle mimesi naturalistica l’elemento acqua, anche di più rispetto al precedente “Onda Do Mar” (2019). Nella sostanza forse più studio di suono che album pienamente musicale, ma di quelli ricolmi di densa austerità d’enigma (Michele Saran6,5/10)


03_tizianopTIZIANO POPOLI - SELINUTE (Archaeological, 2024)
psych-rock

L’esoterica opera dell’emiliano Tiziano Popoli si arricchisce delle quattro jam ambient-psichedeliche di “Selinute”, improvvisate in trio dalle sue tastiere elettroniche, la chitarra di Paolo Venturi e le frame drums di Paolo Modugno. I quasi 11 minuti di “Entrata” sono tutti all’insegna della trascendenza, un accrescere di pulviscoli lisergici, tocchi percussivi di delirium tremens, folate acide, respiri e ticchettii elettronici, e il fraseggio modale libero della chitarra: l’apice è una samba Santana-esca demonica con nuove burrasche strumentali. “Prima danza” comincia con una sorta di blues-soul intonato da un santone sul rollio continuo dello djembe, lo strimpellio alla Robby Krieger e le scosse del sintetizzatore. Più sostenuta e in qualche modo arcaica la “Seconda” con droni e voci. “Trionfo” (9 minuti) è un crogiuolo caotico marocchino fatto di sconquassi, strappi, rumori di folla, ronzii, a involarsi in un ballo di avvitamenti edonistici, spiritati. Dall’incontro con i disegni di Roberto Baldazzini nasce quest’operazione di ricerca col puntiglio di trovare la quadra tra futurismo arcaico e antichismo di fantascienza. Registrato dal vivo al teatro La Venere di Savignano sul Panaro il 30 ottobre ’22 in un evento unico multimediale - o meglio come happening rituale propiziatorio per la dea del titolo immaginata da Baldazzini -, ha pro e contro ma evidentissima, comunicativa, traspirante è la sua ambizione visionaria. Presentato dal vivo in un nuovo party rituale. “Prima danza” è anche singolo con video (Giulio Di Mauro). Da non confondere, o forse sì, con l’antica Selinunte sicula (Michele Saran6,5/10)


04_nodadNO DADA - FOSSILI DEL FUTURO (Soundinside, 2024)
alt-pop

Il collettivo No Dada di Napoli debutta con “Fossili del futuro”, un concept album pessimistico fondato sul flusso di coscienza, in una carrellata in soggettiva di personaggi immaginari, uno per brano. A parte i singoli, perlopiù commercialotti, forse gli unici episodi dotati di ritornello (“Le api” e il recitativo etereo synth-pop post-Yazoo “Coccodrillo”), la vera natura dell’opera si tasta ben oltre. La recitazione modula inquietudini mentre lo sfondo sparpaglia dissonanze in un battito Underworld per l’eponima “Fossili del futuro”, così “Il muro” adotta uggiolii dub e uno svarione concertante, e “L’ultimo giorno” si para come locomotiva di suoni spettrali e un tema d’archi da camera. Un’isteria quasi-rap su una testura sdrucita di distorsioni e disturbi prorompe in “Guarire”. Il fondo cupo è un salmo canticchiato a ridosso di una solenne bruma sinfonica, “Promemoria”. Tutti multistrumentisti (specie gli archi e di Caterina Bianco, ma anche il “guitalele” di Michele De Finis), ma il taglio è quello della produzione elettronica, delle accentuate alterazioni soniche, della dipintura cacofonica informe. Semplificando, un it-pop di levatura letteraria - tour de force crepuscolare del vocalist Lorenzo Campese - stravolto da un maquillage d’alta classe. Visual art a corredo di Federica De Simone (Michele Saran6,5/10)


05_gaiamorGAIA MORELLI - LA NATURA DELLE COSE (Dischi Sotterranei, 2024)
songwriter

Passata l’esperienza in trio coi Baobab con Marco Fracasia e Alessandro Petris (un unico Ep omonimo), la cantante, cantautrice e multistrumentista d’origini piemontesi Gaia Morelli procede verso qualcosa di maggiormente meditato e adulto con il suo primo “La Natura Delle Cose”. Dopo un incipit travolgente paradossalmente intitolato “Fine” capita un fluido folk-rock invece appropriatamente intitolato “Acqua”. Ma più di questa tiene banco la ballata trasognata Ornella Vanoni-esca “Siamo stonati”, con apertura elettronica cullante e piccolo tour de force di arrangiamenti scenografici; allo stesso modo la serenata a sé stessa “Lo spazio”, strascicata e rotolante quasi per inerzia. In “Geografia” e “Sento gli angeli” si chiariscono limiti e forza del suo conio: il lirico flusso di lemmi che, semplicemente, poggia su un raddolcito cortocircuito di strumenti, siano tastiere palpitanti o un clarinetto solfeggiante. Anticipato dal singolo “Rumore” (2024), invero una delle più scialbe, è un disco scenari sbrindellati che qua e là improvvisamente acquistano vigore, sballottati da un registro all’altro, un buon veicolo, per quanto telefonato, con cui diffondere un’instabilità emotiva lambendo - mai davvero approcciandola - la profondità lacerante di una seduta psicanalitica. Belle rifiniture (Lillo “Cali Low” Dadone) rapprendono il tutto a confessioni-canzone. La sconnessione si riflette anche nei testi, fatti di massime/aforismi, piccole immagini quotidiane. Un passettino avanti alla corrente delle slacker, anche se vale più per l’insieme che per le parti. Co-prodotto con Panico Dischi (Michele Saran6/10)


06_andreagr_01ANDREA GROSSI BLEND 3 + JIM BLACK - AXES (We Insist!, 2024)
free-jazz

Contrabbassista del parmense, Andrea Grossi avvia il suo trio Blend 3 in compagnia di Manuel Caliumi (sax) e Michele Bonifati (chitarra) nel primo “Lцbok” (2019), con la lunga “MC” e la “Mendicus” in due parti. Da qui lo espande dapprima ad ambiziosa Blend Orchestra per “Four Winds” (2020) e poi a collaborazioni, dapprima per “Songs And Poems” (2022), un disco di poesie in jazz da camera con la recitazione di Beatrice Arrigoni, e poi per “Axes” rinforzandosi grazie alla batteria ricolma di percussioni di Jim Black. Nella suite eponima in quattro parti “Axes”, a fianco del free-jazz muscolare della prima, a un soffio dal jazzcore e carezzante un breve tema fusion in chiusa, spicca la seconda, un’impressionante forma di soundscape jazz gassosa. I 10 minuti di “Dark Bloom”, una versione anemica e rarefatta del post-rock di Chicago, si distinguono per la toccata chitarristica di riverberi elettronici atonali d’apertura. “Pedinte” è un’ombrosa meditazione nutrita di elementi tribali e neoclassici. Non particolarmente originale e un tantino limitato nelle improvvisazioni, fatto di composizioni diseguali per cronologia e qualità. Se si isolano due componenti, fisica e immateriale, eccelle per gli sfilacciamenti ritmici, gli effetti fatati dei timbri, le evaporazioni delle armonie. Disegno di copertina di Maria Borghi (Michele Saran6/10)


07_ulul_600ULULA - PELLE DI LUPO (TSCK, 2024)
songwriter

Il veronese cantautore Lorenzo “Ulula” Garofalo emerge nell’ambiente del Cpm inizialmente spalleggiato dai milanesi LaForesta per l’Ep “Ulf” (2018) e “Poveri noi” (2022). Nella sua prima uscita solista, “Pelle di lupo”, si fregia invece del supporto di Francesco Ambrosini dei conterranei Duck Baleno. La questione si sofistica, a partire da “Pazzo cuoricino pazzo”, sorta di duetto tra Capossela e Nek su un salterello elettronico. “Nuovo coraggio” è un’altra cantilena mista a dance-rock. Se nemmeno con la title track (filastrocca infantile ma forte di una jam dai toni tribali e metafisici) riesce a trovare il giusto inno, arriva allora il refrain Donovan-iano di “Oh quanti giovani” con interludio deformante. A partire da “Confesso” (titolo poco fantasioso ma sicuramente didascalico) tutto implode alla dimensione confessionale, ma anche qui la produzione lo destruttura fino a farlo somigliare quasi a un concertino d’avanguardia elettroconcreta. Anche l’inferiore e più pop “Il canto della resa” ha le sue armi, un numero folk flamenco e colpi di fanfare. Grazioso in tutte le sue finezze e rifiniture d’arrangiamento. E’ soprattutto un buon esempio, per quanto grossolano, d’interscambio tra creatività e confezione, o meglio tra lato spavaldo e lato intimo: ritmi propiziatori più che dance triviali (a parte “Va pensiero”) non soverchiano la poeticità e, dall’altra parte, le parole dell’autore sanno quando stopparsi per lasciarsi tradurre in invenzione. Sottotitolo: “Canto alla luna”. Bello scatto di Giovanni Cobianchi all’artwork (Michele Saran6/10)


08_marcotir_600.MARCO TIRABOSCHI - IN A NEW WORLD (Da Vinci Jazz, 2024)
folk-jazz

Il chitarrista jazz bresciano Marco Tiraboschi debutta a pieno titolo con l’ancora scolastico “In A New World”, affiancato da violino e viola di Daniele Richiedei e il double bass di Giulio Corini, anche se funzione primaria la svolgono pure i fiati dell’aggiunto Javier Girotto. Si distinguono battiti tango come “00:21”, ma ancor di più ampi temi di serenata come “Natus”, con rincorsa notturna “boccheriniana” degli strumenti, caos calmi e atmosferici come quello dischiuso in “La Nuit Parisienne”, furori persiani come “Past Change” e sketch swinganti balcanici come “Sher”. Album fin troppo allungato fatto di pezzi talvolta gasati con assoli spumeggianti ma garbati. Supportato dalla pulizia estrema di Taketo Gohara alla produzione, il Tiraboschi teorico (anche autore di un metodo per chitarra) e compositore acerbo può insegnare a Matteo Mancuso come predisporre impalcature armoniche di grazia e robustezza. Il “New World” rimanda idealmente a Dvorak, ma non c’è solo America. Comparsata mordi e fuggi di sua maestà Marc Ribot in “An Empty Garden” (Michele Saran6/10)


09_miqr_600MIQRÀ - AMOR VINCIT OMNIA (Jonio Culture, 2024)
alt-rock

Fondati nel 2012, i siculi Miqrà debuttano solo sei anni dopo con “Ultimo piano senza ascensore” (2018), una versione pop e con minor tasso d’acquavite del conterraneo Cesare Basile (o a scelta un Ligabue più sanguigno). Ci vogliono altri sei anni per il seguito “Amor Vincit Omnia”, un album che aggiunge quel tanto di tono e colore ai loro tranquilli folk-rock. A parte un paio di decorose canzoni commerciali (“Per farti dormire”, “La catastrofe in me”), il mezzo-declamato mezzo-cantato di Giovanni Timpanaro si adorna così di sfondi d’archi in andamento caraibico, vedi “Fuori tempo”, ma acquista vigore soprattutto nella più dimessa, “Stranizza d’amuri” in commosso crescendo a colpi di grancassa e rullante (il miglior apporto del nuovo batterista Alberto Mirabella). Si stagliano anche la storia pianistica-elettronica di “Alice” e in parte l’amplissimo refrain, quasi uno stornello d’osteria, di “Ultimo frammento”, mentre arrancano “Un’infinità di meno”, introdotta da flusso di coscienza Pierpaolo Capovilla-esco, e “Ossa”, col suo tono da pseudo-Springsteen appassito. Nonostante il ruolo impreziosente di Francesca Fichera, seconda voce che si apre un proprio spazio ben definito solo nel monologo in “Giorni invisibili”, le canzoni scarseggiano in tenuta complice un missaggio d’amatoriale fiacchezza. Non infrequenti riferimenti di stile ai cantautori 80-90 (FossatiRuggeri), ma i testi sono più appuntiti, spesso strazianti (“Alice”), oltre alle consuete citazioni di ascolti e letture giovanili. A due decadi dall’uscita gli Offlaga Disco Pax sono diventati antonomasie al pari dei Sonic Youth (Michele Saran5/10)


10_micheledMICHELE DUCCI - SIVE (Monotreme, 2024)
songwriter

Michele Ducci, una delle due metà del duo M+A già faro del glitch-pop all’italiana dei primi anni 10 (poi trasformati in Santii), fuoriesce dall’oblio per realizzare un primo album solista, “Sive”. Il singolo “River”, col suo refrain crepuscolare soul a più voci su note ribattute di pianoforte, fa da matrice. Lievi variazioni della ricetta si hanno nella commossa “Here You Are”, una “Matter Of Today” con un piano appena più impressionista simil-Satie, una “Feelings” col Rhodes elettrico al posto dello strumento acustico (e un origami elettronico) e una “Nonesome” in cui i cori svariano al pop sixties. Le sorgenti gospel e spiritual emergono una volta per tutte in “Just Because”, ma più spiritoso suona il ritmo caraibico nella piccola “You Lay The Path By Walking On It”. La musica negra e la vocalità affettata del secondo Iron & Wine sono lo sfondo di questa raccolta non sciatta di normali piano ballads ben portate anche da qualche scampolo di elaborazione immaginifica. Avrebbe potuto avere un vero corpo se a farla da padrone fosse stata la finale “Hic” (declamato quasi-rap di voce vissuta, contesto trip-hop). Album monocromatico: mai ci fu copertina più fuorviante. Letizia Mandolesi, alle seconde voci, fa per tre (Michele Saran5/10)

Discografia

BEHIND BARS COLLECTIVE - BREAK FREE(Ciqala, 2024)
TRISTAN DA CUNHA - HIDDEN SEA(Dissipatio, 2024)
TIZIANO POPOLI - SELINUTE(Archaeological, 2024)
NO DADA - FOSSILI DEL FUTURO(Soundinside, 2024)
GAIA MORELLI - LA NATURA DELLE COSE(Dischi Sotterranei, 2024)
ANDREA GROSSI BLEND 3 + JIM BLACK - AXES(We Insist!, 2024)
ULULA - PELLE DI LUPO(TSCK, 2024)
MARCO TIRABOSCHI - IN A NEW WORLD(Da Vinci Jazz, 2024)
MIQRÀ - AMOR VINCIT OMNIA(Jonio Culture, 2024)
MICHELE DUCCI - SIVE(Monotreme, 2024)
Pietra miliare
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